Reply

RUNKIRYA : THRUDHAIM, solo autore

« Older   Newer »
icon13  view post Posted on 11/3/2009, 01:12           Quote
Avatar

Ho dei pensieri che non condivido!

Group:
Super Mod
Posts:
13227
Location:
Seconda stella a destra.

Status:


Prima di postare questa storia vorrei spendere due parole per spiegarne la nascita.
Il racconto è un idea di diversi anni fa e doveva essere breve, 10 pagine di fumetto-illustrazione, in cui 2 personaggi girovagavano per una terra surreale.
Ad un certo punto il II personaggio ha richiesto un attimo più di attenzione, le 10 tavole senza scritto, si sono presto trasformate in un racconto…
Ero a buon punto, poi è accaduto il disastro: un virus!
Per farla breve avevo perso quasi la metà dello scritto….non c’era solo un virus……
Ho deciso di postare nella speranza che sia da stimolo per terminarlo, non so come andrà a finire, ne cosa voglia dimostrare, ma volevo raccontare….
Un ultima cosa, il racconto non ha titolo perché proprio non me ne viene in mente uno( i virus non hanno colpa)


Posterò i disegni più in linea con la storia, purtroppo gran parte delle tavole realizzate sono un accozzaglia di ripensamenti…..

image Questa è Thrudhaim nella sua prima versione
image sfogliando un libricino su certe montagne italiane ebbi una felice intuizione...che realizzai immediatamente sullo stesso libro con un pò di acrilico :rotfl:


image
image
image alla fine Thrudhaim nella sua versione più definitiva

prossimamente i primi 2 capitoli^^

Edited by runkirya - 19/6/2009, 00:17

...invece io, essendo povero, ho soltanto i miei sogni e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi.Cammina leggera perchè cammini sopra i miei sogni. (Yeats)

fanartwzfanfictionkgraphicnovelj

jpg myblog
e8omch
 
PM Email  Top
view post Posted on 17/3/2009, 14:54           Quote
Avatar

Ho dei pensieri che non condivido!

Group:
Super Mod
Posts:
13227
Location:
Seconda stella a destra.

Status:


image mappa del territorio di Austri image Palazzo di Thrudhaim

Cap. I
Eredi

AsenKor non riusciva a respirare, erano anni che non provava quel tipo di sensazione, ma era vissuto nella consapevolezza che sarebbe accaduto. Doveva avere pazienza, il male si sarebbe messo lentamente da parte e non avrebbe più occupato tutti i suoi pensieri, ci voleva tempo prima che il lacerante peso della perdita si assestasse nella sua mente,accanto al precedente, non meno grave, solo più remoto.
Il comando era nelle sue mani, sarebbe stato così, anche se gli eventi della giornata non fossero precipitati in quel modo. Era così difficile capire cosa fare o cosa ci si aspettasse da lui…era così difficile respirare.
A tentoni cercò di aprire l’armatura, tremava e con forza strattonò la chiusura ferendosi le dita, per un attimo il piccolo dolore chiese tutta la sua attenzione. Fissò il taglio da cui fuggiva il sangue, ne aveva visto tanto quel giorno, lo stesso sangue che aveva abbandonato il corpo del padre, lo stesso che il suo cuore, trafitto da una lancia, non aveva più potuto incanalare e superando gli argini della ferita si era riversato sulla terra, lasciando il corpo privo del suo calore e spoglio della dignità della vita, uguale ai tanti caduti quel giorno.
Tremava dal freddo generato dalla sua anima, il gelo stava intrappolando i suoi pensieri e la sua volontà.
AsenBrho e RunKirya cercavano conforto l’uno nelle braccia dell’altra, la vicinanza, però, non aiutava; il dolore non poteva essere diviso, solo sopportato.
AsenVè, aveva esaurito le sue energie e con esse qualsiasi sentimento, per se , per i suoi fratelli e per suo padre; nella desolazione della perdita si domandava: cosa sarebbe stato di loro adesso?


Cap.II
Miliziano
Figure nere e severe si aggiravano fra i pilastri, stazione, in quel momento di dignitari di corte e autorità, accorsi da tutto il territorio per presenziare all’insediamento del nuovo guardiano.
Non era un giorno di grandi aspettative, piuttosto l’evento si alimentava di curiosità.
Chi dimorava abitualmente a Thrudhaim sapeva cosa aspettarsi e voleva godersi i festeggiamenti, ma tutti gli altri erano curiosi e guardavano avidamente la parata di potere degli esarchi, ammantati nei loro abiti; esaminavano la schiera di generali e commentavano le armi da cerimonia; osservavano, con devozione, i sacerdoti; adocchiavano con deferenza i consiglieri …e aspettavano l’insediamento dell’erede.
Le figure nere controllavano che tutti rimanessero alla base della torre, in quella che veniva chiamata la foresta di Thrudhaim, dove ogni pilastro reggeva una porzione dell’edificio.
I miliziani guardavano per dovere, con occhi indagatori, cercavano piccole anomalie , si fermavano a chiedere informazioni e conferma sui presenti, presso i serventi del guardiano; tutto doveva scorrere secondo un rituale, invariato da generazioni come il corso del Ginunga.
Il comandante dei miliziani di Thrudhaim sentì una voce familiare, il suo secondo in comando, Salbard stava parlando con due uomini e una donna, ai margini del primo cerchi di pilastri, vicino ad un ingresso.
-…neanche qui è chiaro?-
Hudrun si fece avanti affiancando il suo vice, un’occhiata ai tre gli diede un idea di quello che stava accadendo. Uno dei due uomini fece un passo in avanti e sorridendo si portò una mano sulla pancia in un trascurato gesto di saluto per un militare di rango superiore.
- Comandante, noi volevamo solo guardare.- disse rivolgendosi a Hudrun che non si sprecò ad ammonirli, non intendeva abbassarsi.
- Fuori dalla torre o siete in arresto.- Rincarò,tagliente, Salbard.
- Noi siamo al servizio di NevLen.- la testa dell’uomo si piegò di lato e prima che i suoi compagni potessero capire che fare, era steso lungo sul pavimento.
- Andatevene!- Intervenne Hudrun, la reazione di Salbard aveva sorpreso anche lui e non voleva problemi, non il giorno dell’insediamento. NevLen poteva lamentarsi il giorno dopo, con il nuovo guardiano…che avrebbe ignorato le lamentele.
I due mercenari, tirarono su il loro compagno e andando via, uno di loro sputò per terra e guardandoli di traverso disse a mezza voce -Servo.-
Salbard rimase impassibile, chiaramente non voleva mischiarsi oltre con miliziani di rango inferiore, nessuno al servizio del guardiano voleva confondersi con milizie private, era una questione di prestigio sociale. A Thrudhaim erano i più importanti fra i militari.
-Faccio un ultimo giro, ci vediamo nella cuspide.- Salbard non si fece ripetere l’ordine e si affrettò verso una delle uscite.
Hudrun rientrando nella foresta intravide Garmal tra la folla, si erano persi di vista per un po’ di tempo e l’abbraccio fu più rude del solito.
- Te la passi bene a Thrudhaim, ‘Scuro’.- usava sempre chiamarlo con il soprannome quando era pronto a prenderlo in giro.
- Non male, ho più tempo per Vasha e Lima; a te come va?-
- Al solito, il nobile comanda e noi obbediamo.- il generale si rabbuiò. -Garshin è morta!-
Hudrun lo guardò senza parole, i suoi cugini erano generali in seconda e dividevano il comando di una problematica provincia di confine.
- Dei, non lo sapevo mi dispiace; quando è successo?-
- Quasi un anno fa- sospirò – Dovevo esserci io al suo posto…mi sono messo a discutere gli ordini e Garshin ha rilevato il comando…- si strinse nelle spalle con impotenza.
Entrambi erano nobili di nascita, ma la famiglia di Garmal, per censo, era fatta di guerrieri. Quella di Hudrun manteneva il titolo, nessuno poteva toglierlo ma, le loro fortune non erano neanche più un ricordo. Il miliziano aveva smesso di invidiare i suoi cugini quando aveva capito che il comando vero era dei nobili del consiglio e questi evitavano i rischi, prendendosi i meriti durante le parate.
Garmal tornò a sorridere dandogli una pacca sulla spalla, era un uomo cordiale ed il buon umore lo abbandonava per poco.
- Sei comandante, sapevo che ci saresti arrivato.- i miliziani non avevano ufficiali di grado superiore, il vertice delle loro gerarchie era il guardiano.
- Bisogna aspettare la conferma prima di rallegrarsi.-
- Credi che il ‘Servo’ abbia delle possibilità?-
Hudrun aveva ricevuto la nomina da AsenBrun poco prima della sua morte, ora spettava a suo figlio confermarlo o meno.
- Salbard è abile.- disse prudente, ma non gli piaceva l’idea d’essere scavalcato.
Il generale, con un cenno della mano, scartò la sua affermazione.
- …Non sono mai riuscito a tenermela la spada con te.- entrambi sorrisero ripensando ad alcuni momenti passati assieme. VashLida si avvicinò ai due,salutata affettuosamente da Garmal.
- Vasha, quando ti decidi a stare con un vero guerriero?-
- Quando ne troverò uno disposto ad obbedirmi.- la donna lanciò un sorriso complice al compagno. L’affermazione scherzosa conteneva una grande verità. I miliziani obbedivano al guardiano, ma solo sotto il suo diretto comando, per il resto erano soggetti agli ordini di chiunque avesse un grado maggiore di comandante. Solo i miliziani di Thrudhaim avevano il privilegio di non subire ordini o contrordini.


AsenKor, con un movimento spazientito, allontanò dal fianco il mantello per rinfoderare Bifrost che si bloccò nella custodia, ancora una volta scostò il mantello per ripetere il gesto. Il servente Thialfi aprì un nuovo mantello mentre l’erede si strappò di dosso il precedente a cui l’arma aveva aggiunto un buco.
-Va bene senza mantello.-tagliò corto Kor. Brho gli passò un paio di guanti. Indossati, la stoffa morbida e serica, gli fece sfuggire di mano l’arma. Il cilindro rotolò verso Kirya, mentre l’erede si liberò con veemenza da un’altra parte di vestiario che non sentiva proprio.
AsenKor era irritato dal modo in cui i suoi fratelli indossavano senza intralcio mantelli e guanti. Si sentiva inadeguato, spoglio… diede una occhiata al suo riflesso ed il metallo lucido gli restituì l’immagine di Brho e Kirya, alle sue spalle, con i loro mantelli bianchi disposti in morbide colonne, sembravano i pilastri di Thrudhaim.
Non c’era accordo nei suoi abiti, la sua carnagione era troppo pallida e contrastava con il rosso brillante della casacca, i capelli erano così chiari che gli sembrarono più adatti ad un vecchio in disfacimento. Si restituì lo sguardo, anche questo non andava bene, Brho e Vè avevano in loro la profondità dei cieli, il suo era trasparente come il ghiaccio.
VarAde con un sorriso radioso,incorniciato da una sciarpa, gli porse una cintura.- E’ un regalo.-
- Ade, è splendida…- Brho osservò l’ impeccabile lavoro di oreficeria.
- Ti sarà costato una fortuna.- valutò Kirya.
Le placche circolari in oro reggevano,incastonate al loro centro figure di predatori, intagliate negli ‘shetla’ blu, pietre rare e difficili da lavorare. Ade conosceva bene i suoi gusti, non aveva sbagliato; se solo il suo umore fosse stato migliore, sarebbe riuscito ad apprezzare il dono.
- E’ sprecato, non mi appartiene…- agganciò la cintura sui fianchi e guardò la donna che continuava a sorridere, si domandò per quale motivo. Per un attimo ripensò a suo padre, non gli aveva mai chiesto come si era sentito il giorno del suo insediamento. Scacciò il rimpianto, troppo recente per essere un ricordo, troppo doloroso per essere evocato.

Salire alla cuspide si augurava durasse oltre il passaggio fra i guardiani.
Si schiarì la gola entrando, salutò formalmente, incrociò le braccia dietro la schiena e attese con Salbard che tutti lasciassero la stanza.
AsenKor aveva un’aura così cupa che saturava l’ambiente di malessere. Il comandante faticava ad adattarsi a quella situazione, il carattere dell’uomo suscitava in lui dubbi sulle capacità di comando dell’ erede.
Salbard, riempì una coppa di idromele, porgendola ad AsenKor, in due sorsi il liquore sparì e la coppa fu messa giù con forza, accanto alla bottiglia vuota. Il comandante in seconda diede una pacca sulla spalla di AsenKor, un gesto che mise Hudrun a disagio; gli Asen mantenevano un certo distacco dalle gerarchie dell’esercito, i miliziani non facevano eccezione. Salbard, però, aveva sempre goduto di libero accesso alla cuspide, prima ancora di diventare un miliziano; il comandante aveva constatato di persona che il suo secondo era sempre stato ligio al durshal, indubbiamente fedele ad un prossimo guardiano poco gradito, il prestigio di cui godeva se l’era guadagnato….. eppure gli rimaneva un certo nervosismo perché ora non avrebbero più obbedito agli ordini di AsenBrun, ma di suo figlio: tutti sapevano che l’erede ed il miliziano erano buoni amici. Il ‘Servo’, come veniva chiamato Salbard, avrebbe fatto leva sul nuovo guardiano per ottenere qualche favore?
L’erede si mosse indeciso verso la porta, posò una mano sulla spalla del comandante e la tolse dopo un attimo di ripensamento.
- Scendiamo con i batif.- ordinò dirigendosi verso la balconata.
Una scelta inconsueta quella di fare il suo ingresso nel tempio accedendo dalle terrazze.
- Do immediatamente l’ordine…-
- No, possono adattarsi ai cambiamenti.- disse montando sul batif.
Senza discutere, Hudrun sollecitò il suo animale a sorpassare l’erede, che lo riprese ma senza asprezza.
- Stà dietro.-
Preso in contropiede il comandante si limitò a seguire gli ordini, mentre taciturni si accodarono altri quattro miliziani di scorta. La loro presenza era una formalità, una piccola parata di potere che ricordava a tutti che quella parte dell’esercito serviva esclusivamente il guardiano, lo proteggeva e con quella formazione Hudrun non capiva cosa intendesse dimostrare AsenKor.


Il sole penetrava nella sala, proiettando dita di luce che puntavano verso due monoliti. Le decorazioni a cerchi concentrici, incise sulle loro superficie, erano fitte e complesse nei punti in cui si intersecavano, parlavano un linguaggio antico che nessuno ricordava più; chiunque entrasse nella sala del tempio, limitava la sua voce ad un sussurro o taceva. La corte, accompagnata dal fruscio d’abiti e tintinnare dei gioielli, coronò la balconata del tempio e guardando in basso osservò i consacrati che, scalzi e silenziosi, si riunivano a cerchio attorno alle due pietre ciclopiche.
La porta del tempio si spalancò con un tonfo quando il batif la urtò con le zampe anteriori, le sette figure in sella entrarono, con calma, mentre gli astanti, dopo la prima sorpresa, tornarono ad osservare il silenzio. Le zampe degli animali si fermarono ed un attimo dopo l’erede cominciò a discendere la scalinate a ventaglio verso il sagrato dei monoliti. Ad ogni passo il rumore dei tacchi si liberava dal pavimento e rimbalzava, morendo sui pilastri e le pareti lontane. L’incedere esitò un attimo quando il sacerdote si inginocchiò dinanzi alla figura imponente che passò oltre quasi ignorandolo.
AsenKor sciolse le mani di due consacrati ed entrò nel recinto sacro che avevano formato attorno alla soglia dei mondi, al centro del quale si trovava un largo braciere di metallo ricolmo di legno. Sostò per un attimo dinanzi ai due megaliti poi si girò verso la balconata, con lentezza estrasse Bifrost dalla custodia e impugnando con la destra, fece in modo che tutti gli astanti, avessero tempo per riconoscere il simbolo del potere che solo un guardiano, per diritto di nascita ed eredità, poteva impugnare.
Un secondo mormorio reverenziale, non di sorpresa, si diffuse nell’aria nell’istante in cui Bifrost si estese rivelando la sua singolare natura.
A suo volere, anche se Kor non avrebbe potuto spiegare come, quello che appariva solo come un cilindro poteva estendersi alle estremità, due punte acuminate lunghe quasi due braccia ciascuno…
Divise l’arma in due, altra sua caratteristica e girandosi, verso il braciere fra i monoliti, piantò le due punte nel legno, in un batter d’occhi una fiammata alta ed intensa si sprigionò accompagnata da un nuovo vociare stupito;anche il fuoco dipendeva dalla sua volontà, ma come per Bifrost l’erede non sapeva spiegarne la nascita, sapeva solo che poteva generare una fiamma, che la sua volontà in quel momento pretendeva di rendere alta e spettacolare. Le ombre dei monoliti di colpo si proiettarono sul pavimento, fitto di simboli e antiche geometrie, da cui il sacerdote ed i suoi officianti avrebbero tratto letture per il futuro del suo dominio e le sorti del territorio di Austri. I consacrati sciogliendo il cerchio cominciarono a segnare la lunghezza delle ombre e le oscillazioni che avevano per il fuoco. Kor si auguò che la fiamma fosse alta e spettacolare abbastanza per l’intrattenimento dei religiosi e auspici peril buon umore del consiglio, infondo sapeva che le divinazioni della porta erano tanto più accurate quanto più risultavano vaghe.
image


Il comandante fece un cenno ed i miliziani si mossero, imitati dagli spettatori, per dirigersi verso la sala consigliare.AsenKor sarebbe stato l’ultimo a lasciare il tempio e fare il suo ingresso dinanzi al consiglio.
- Hai buone speranze per lui?- chiese sotto voce Salbard,
- Sarà un buon guardiano.- rispose formale Hudrun
- Preparati, stai per perdere il tuo titolo.- sorridendo andò via senza dargli modo di rispondere. Un pugno nello stomaco lo avrebbe ammutolito alla stessa maniera. Avrebbe dovuto immaginare che il ‘Servo’ pretendeva una adeguata ricompensa alla sua fedeltà. Con un senso di inevitabile sconfitta percorse il corridoio e salì con fatica le scale verso la sala. L’ ingiustizia cominciò a mordere i suoi pensieri, ma l’orgoglio gli impedì di mostrare il suo avvilimento.
Aspettò che i membri dell’assemblea entrassero nel cerchio del colonnato e con un cenno della mano diede il suo ultimo ordine.
A gruppi di sei, con mani dietro la schiena, i miliziani si piazzarono l’uno accanto all’altro fra le colonne, Salbard era di fronte a lui dal lato opposto della sala, manteneva un volto impassibile.
Era stato troppo ambizioso? Eppure sapeva che: ‘ …sarai sempre un miliziano anche con Vasha al tuo fianco’ VashTara lo aveva sempre ammonito con la superbia dei nobili ,che un tempo si erano conquistati la loro superiorità con la forza e le spade e ora la ritenevano per se vestendola di sacralità, diritto di nascita, essenzialmente ricchezza e capacità di corruzione. Si sentì male per Vasha e gli dispiacque per il loro bambino.
I miliziani a parte qualche eccezione, non erano nobili, ma dimostrando capacità e dedizione al guardiano potevano migliorare la loro condizione sociale. Con AsenKor questo era ancora più vero,aveva una predilezione per i miliziani; continuavano a rivestire il ruolo di soldati personali del guardiano, continuavano ad essere subordinati ma , avevano visto accresciuto il loro prestigio …..
Dalla terza fila, dietro i banchi degli esarchi, VashLida gli lanciò una occhiata d’affetto, si sentì mortificato, lei era splendida, una donna forte come poche e desiderava essere degno della sua compagna, ma la sua condizione sociale segnava il suo ruolo ed a quello neanche il ‘Riluttante’ AsenKor poteva sottrarsi.
Il pavimentò vibrò sotto i suoi piedi ed ogni colpo del battitore di cerimonia sottolineava l’avvicinarsi del nuovo guardiano. Si fece da parte con i suoi compagni per lasciare libero il passaggio ed osservò un volto teso che si avvicinava. AsenKor si fermò due passi prima di entrare, aveva la fronte leggermente sudata, il respiro corto ed affannato. Il battitore aveva smesso di scandire il momento e attese…poi cominciò a fissare l’erede immobile sulla soglia. Molti occhi del consiglio scrutarono nella direzione di AsenKor. L’imbarazzo cominciò a serpeggiare in Hudrun. Perché si comportava così? Non doveva fare altro che entrare e sedere fra i due pilastri, non c’era niente di complicato. Lo osservò attentamente: si comportava come un iniziato alla prima battaglia; ne fu irritato ci mancava solo che dovesse spingerlo dentro.

Hudrun lo guardava severamente, non gli dava torto.
Il capitano non poteva capire; non sapeva bene ciò che era Thrudhaim per lui.
Il guardiano era l’ apice del potere, l’unico difensore del territorio, capo dell’esercito. Gli si tributava rispetto, onore, la sua persona aveva un’aura di sacralità inviolabile per gli stessi sacerdoti. La cuspide era la dimora della dinastia e del guardiano, ma il dominio vero risiedeva appena sotto quella punta dorata. Nella sala in cui non voleva entrare. A comandare era il consiglio dei nobili e gli esarchi.
Finalmente riuscì a fare un respiro profondo e fece ciò che tutti si aspettavano. Entrò, dirigendosi verso il posto che fu di suo padre. Salì i due gradini della pedana di pietra rossa e dopo un passo si girò a fronteggiare il consiglio al completo. In un colpo d’occhio assorbì tutti i volti dei presenti, infine occupò lo scranno fra i due pilastri.
Sacerdoti alla sinistra, nobili in numero dilagante al centro del grande ventaglio di banchi, militari alla destra con volti, solo in parte, familiari ed amichevoli assieme agli esarchi si alzarono in piedi riconoscendo la sua presenza; un ritmico battere di mani sui banchi di legno nero e antico iniziò a prendere vita dalle gerarchie militari a loro si unirono le altre fasce del potere.
Il riconoscimento del suo dominio come guardiano era sancito. Nella pratica la dinastia era prigioniera.
Una volta che il rumore fu cessato, cominciò a recitare le formule di rito. Le parole vennero pronunciate con voce chiara ed il timbro profondo del suo parlare riempì la sala propagandosi oltre le colonne in modo che tutti potessero udire. Giurò di rispettare gli dei, i nobili e la loro dignità mediando le decisioni con il loro aiuto e voto, giurò di difendere Austri con l’esercito e la sua persona, di essere esemplare nel durshal….recitò la filastrocca a memoria e fino in fondo.
Il consiglio, per conto di un sacerdote, un nobile, un militare ed un esarca, cominciò a giurare fedeltà al nuovo guardiano. A metà dei discorsi di formale lealtà, Kor aveva già soffocato un primo sbadiglio. Il problema, si rendeva conto, era lui. La seduta era corta per le sue gambe, lo schienale dritto rendeva scomodo quel posto , man mano che i rappresentanti si alternavano, avrebbe voluto alzarsi per eliminare il tedio della cerimonia ed il fastidio dello scranno. La schiena al livello delle spalle cominciò a mandare deboli segnali di dolore, cercò di non pensarci, però un cuscino su quella pietra nuda e levigata dagli antenati avrebbe aiutato. Gli balenò l’idea di sostituire lo scranno, troppo piccolo per lui. Glielo avrebbero lasciato fare? forse se avesse rinunciato a una delle tre nomine ,forse con oro sufficiente a corrompere….ma per niente al mondo avrebbe rinunciato alle tre nomine di quel giorno. Le uniche che nessuno avrebbe potuto contestare a patto di mantenersi nei vincoli delle leggi di Austri, espressione della volontà del consiglio,manifestazione della forza e giustizia….
La noia di colpo sparì perché era arrivato il momento di dare al consiglio ciò che si aspettava.

image


Lima gli corse incontro , Hudrun lo prese in braccio, spettinandogli i capelli.
- Adesso sei importante come gli altri,papà?- chiese il figlio tenendogli le braccia attorno al collo.
- Porta rispetto, Lima.- lo riprese Vasha – I miliziani sono importanti.- la donna fece scendere il figlio a terra, facendogli segno di tornare dalla balia, non le piacevano molto le manifestazioni d’affetto davanti alla corte.
- Mio padre sta per complimentarsi con te.- Vasha era raggiante.
- Gli costerà molto.- constatò. La famiglia della sua compagna disapprovava la loro unione.
- Avresti dovuto vedere le loro facce.- rise scuotendo la testa. – ErVel è sbiancato e NevLen quasi cadeva dalla sedia.- cercò di trattenere una risata al pensiero all’esarca che rotolava sul pavimento.
Garmal aveva un sorriso smagliante – Comunque Vasha io obbedirò ad ogni tuo ordine sai che rispetto la gerarchia.- i tre risero, la formalità dell’insediamento si scioglieva nella sala del guardianato mentre iniziavano i festeggiamenti che sarebbero andati avanti fino a notte fonda. Hudrun continuò a scambiare battute amichevoli con chi gli passava accanto e si congratulava per quello strano cambiamento. Le gerarchie dei miliziani finalmente avevano dei generali, in quel modo, la parte più mortificata dell’esercito diveniva quella più rilevante. Nessun ordine dei miliziani poteva più essere cancellato da alcuno. Il guardiano si era appena assicurato il controllo di un esercito troppo ossequioso nei confronti del consiglio. Con un piccolo gioco d’astuzia, aveva dato al consiglio, ciò che voleva, con lo sgradevole sapore di una beffa.
Hudrun incrociò lo sguardo di Salbard e gli fece cenno d’avvicinarsi, gli aveva tirato uno scherzo sgradevole, ma lo aveva centrato così bene che non si sentiva in alcun modo offeso.
- Ne eri al corrente?- domanda inutile, ma voleva la risposta ugualmente.
- Solo voci di corridoio.- ridacchiò mentre Vasha lo guardava contrariata.- comunque, sarà meglio tenerlo d’occhio; darà problemi prima di domani mattina.- concluse serio.
- Certe confidenze, Salbard, vanno pesate.- lo riprese Vasha.
- Con il dovuto rispetto, generale VashLida, era solo un suggerimento…-
Hudrun sollevò la mano e spezzò la tensione – Lo apprezzo Sal e lo terrò presente, nel frattempo cerchiamo di goderci quel che possiamo della serata.- Salbard chinò il capo e si allontanò da loro. Era difficile capire quali tensioni avrebbero preso vita da quella novità, i miliziani, non più subordinati, avrebbe potuto rispondere adeguatamente alle provocazioni… La sua compagna non intendeva offende, ma i nobili dell’esercito erano sempre pronti a difendere la dignità del guardiano e far sentire il peso della gerarchia.
-Hud, sei un generale adesso e…..-
-Vasha, non dirmi come devo comportarmi con i miei uomini, Salbard conosce il guardiano meglio di me…-
- Anche io…-
Lanciò una occhiata nelle direzione del guardiano e guardò conciliante la compagna.
- Goditi la serata almeno tu,è difficile sapere quello che gli passa per la testa.-
Rapido, quasi fosse proibito, strinse la mano di Vasha e sorridendole riprese a camminare fra gli invitati.
Continuava ad osservare, come era sua responsabilità, che tutto trascorresse serenamente, mentre i festeggiamenti si animavano. Man mano che l’alcool si consumava, le voci si alzavano e la musica cambiava ritmo per tenersi in pari con l’umore dei presenti. Non prestava molta attenzione ai suoi uomini, erano miliziani scelti, sapevano bene cosa fare e quali fossero i loro doveri, con discrezione controllava solo il guardiano, che rimaneva seduto e appariva indifferente a quanto lo circondava e pienamente concentrato a bere.
-Non sai come comportari?- disse con scherno AsenVè . Il generale si girò e rise con un po’ di imbarazzo.
-Cerco ancora di capire quello che stà succedendo.-
-I maggiori diventano comandanti, i comandanti di provincia generali e tu, generale e nobile, siedi nel consiglio dando il voto a qualsiasi follia del guardiano.- disse con rabbia, Vè non era solo deluso dalla sua investitura ad esarca ma amareggiato.Hudrun non voleva scivolare in un discorso pericoloso. I due si conoscevano e per quanto il miliziano non avesse mai dato voce ai suoi pensieri su AsenKor, tanto bastava a Vè per trarre delle conclusioni.
-Il tuo voto è triplice e più prezioso del mio…-
-Non provarci! Se vuoi congratularti fallo con Kirya.-
Hudrun si era sentito morire credendo di perdere il suo titolo, ammirò la forza che dimostrava AsenVè in quel momento perché ci voleva un gran coraggio ad accettare il fatto che il suo diritto di nascita, cioè diventare guardiano, gli era stato negato completamente dal padre.

Sorridendo si allontanò da Brho, molti occhi la seguirono e conosceva anche una parte dei pensieri dietro gli sguardi. Essere il luogotenente in seconda del guardiano significava saper gestire la carica e la corte di Thrudhaim non sapeva quanto Runkirya fosse in grado di sostenere quel peso.
AsenBrun nel corso degli anni l’aveva allontanata più volte da Austri per periodi più o meno lunghi, lasciando che la sua educazione fosse affidata alla guardiana VerSaby. Kirya adorava suo padre e non lo avrebbe mai deluso, anche se non le piacevano quei distacchi sapeva che, erano necessari e la soluzione migliore per essere dimenticata da Thrudhaim. Stare lontana ,poi, le dava il vantaggio di vedere più chiaramente certi avvenimenti della sua vita e trarre conclusioni senza essere influenzata da chi le era vicino. Se da una parte si sentiva una estranea nella sua corte, dall’altra però il legame con i suoi fratelli era forte; il merito di ciò andava soprattutto a Kor, che nonostante vincoli e divieti, spesso l’aveva raggiunta nel territorio di Vestri suscitando l’ira dei due guardiani e successivamente la loro rassegnazione.
In meno di una stagione la sua vita era cambiata drasticamente. Tornata a Thrudhaim aveva impugnato la spada per difendere Austri dalle fastidiose razzie dei vittir, da maldestri tentativi di invasione dei territori confinanti. Il maggiore dei suoi fratelli, AsenVè , continuava ad ignorarla, l’umore di Kor si sgretolava e Brho diventava più di un fratello per lei. Due giorni prima AsenBrun veniva ucciso e ora Kirya era un luogotenente. La sua nomina non l’aveva sorpresa, ma il brusio che aveva accompagnato l’ investitura, poche ore prima, erano il segno di disapprovazione degli esarchi, che si erano visti negare il prestigio delle loro cariche, da tutti considerate importanti quasi quanto quella del guardiano. Da quest ultimo ci si aspettava la nomina di luogotenente in seconda fra i potenti esarchi del consiglio, ma visto che era sua facoltà scegliere fra gli appartenenti alla famiglia dinastica, Kor aveva preferito lei.
Sedendosi accanto al fratello Kirya cominciò, con indifferenza a mangiucchiare dei bocconi vari da uno dei vassoi, da lui, ignorati .
-C’è chi gradirebbe più partecipazione.- disse in una lingua conosciuta da pochi a Thrudhaim
-Non io.-rispose seccamente Kor, senza preoccuparsi di nascondere le sue parole.
-Kor è difficile …-
-Tu che ne sai?- le scagliò contro le parole, però, Kirya non ne fu infastidita. Quando Kor era preda delle sue sofferenze, bastava a se stesso e tentava di ferire chi gli era vicino.
-Già dovrei esserci abituata...-cercò di sembrare ironica, infondo , non avevano vincoli di sangue, era stata adottata, con il consenso del consiglio, che cedeva ad un innocente capriccio del guardiano AsenBrun.
- Kirya….- gli occhi a fessura e la fronte aggrottata non facevano presagire nulla di buono, era meglio non insistere.…ed era meglio non pensare al trattamento riservato ad Ade.



VashTara si stava attardando, l’esarca era volutamente perso nei discorsi cordiali con i luogotenenti, amichevoli con gli esarchi, si concesse persino a qualche membro minore della nobiltà. Infine decise di avvicinarsi, per le congratulazioni, con l’incedere dignitoso dei padroni del potere, tenne il mento ben alto e tirò il volto in un sorriso senza gioia.
-Il passaggio ti è stato favorevole, Hudrun.-
-Il cambiamento è nella natura del passaggio.- rispose gelido, non gli sfuggì il fatto che l’esarca avesse usato solo il suo nome.
-E’ nella natura di questo guardiano, ci aspettavamo tutti qualcosa del genere.- c’era disprezzo nelle parole dell’esarca ,si sentì irritato.
-Bene, continua pure con i tuoi compiti, per me la serata è conclusa.- girandosi senza aspettare risposta VashTara andò via, ma trovò tutto il tempo per altre cordialità e sorrisi prima di congedarsi dal guardiano e lasciare la sala.
Il generale era furioso, non solo non aveva ricevuto una parola di auguri, nei fatti l’esarca gli aveva negato la carica con disprezzo e quell’ultima frase sembrava più un comando. Il peggio era che si concedeva quelle insolenti libertà perché era certo che Hudrun non avrebbe mai ferito direttamente o indirettamente Vasha.
La sua attenzione venne attratta da un cenno del guardiano, focalizzando meglio si rese conto che il cenno, ripetuto, era rivolto a lui e si affrettò ad avvicinarsi.
AsenKor non si mosse e Hudrun si chinò in avanti, la mano del guardiano si posò nuovamente sulla sua spalla, ma questa volta con decisione ed in pochi istanti una fastidiosa pressione portò il generale ad inginocchiarsi su una gamba
-‘Scuro’… – disse a voce bassa. La pressione scomparve ed il guardiano sorrise, quasi amichevole.
-Sai qual è stato uno dei miei primi soprannomi?- l’uomo si lasciò scivolare nello scranno.
-Non saprei, guardiano.- mentì, quelli che conosceva erano quasi tutti insulti. AsenKor cominciò a ridere e con un cenno fece accorrere un coppiere.
-Sei…sei un uomo sincero.- vuotò il bicchiere, Hudrun pensò che era completamente ubriaco.
- Non sai mentire.- disse con severità. - non mi piace essere controllato, dillo anche al ‘Servo’.-
La sorpresa gli si piazzò sul volto mentre il guardiano sorrise.
- ‘Miliziano’… per molti suonava come un insulto, non per me.- bevve d’un fiato la coppa appena riempita e osservò mentre si colmava nuovamente.

Edited by runkirya - 19/6/2009, 00:16

...invece io, essendo povero, ho soltanto i miei sogni e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi.Cammina leggera perchè cammini sopra i miei sogni. (Yeats)

fanartwzfanfictionkgraphicnovelj

jpg myblog
e8omch
 
PM Email  Top
view post Posted on 18/6/2009, 22:49           Quote
Avatar

Ho dei pensieri che non condivido!

Group:
Super Mod
Posts:
13227
Location:
Seconda stella a destra.

Status:


Nuovo capitolo, un pò lungo ....consigli, suggerimenti ogni suggerimento sarà ben accetto :inchino:


Normale amministrazione



Kor lasciò cadere quel che rimaneva della spada nel terriccio argilloso, la lama spezzandosi era schizzata via segnando la balaustra in pietra che delimitava il circo dei combattimenti. Raccogliendo lo scudo, piegato dall’impatto con la spada, valutò la profondità dell’ammaccatura; Brho era certo che Vè non avrebbe potuto fare di meglio.
Con un sorriso soddisfatto il luogotenente raggiunse il fratello al centro della corte d’armi.
- La lavorazione è geniale, può temere solo Bifrost.- il mormorio dei presenti sottolineò l’entusiasmo del giovane luogotenente.
Una nuvola di ricci fulvi, cominciò ad incassare un cospicuo numero di anelli, bracciali e qualche massiccia collana; tutti vinti scommettendo che, il guardiano, non era molto abile con la spada e persino uno scudo poteva avere la meglio su di lui. Hudrun osservava divertito Runkirya, togliere i preziosi alle reclute, che rientravano nei loro quartieri più leggeri di oro e ricchi di una prima lezione: mai scommettere con la luogotenente.
- Non si deve lasciar sfuggire il segreto.- AsenBrho abbassò la voce, mentre, con il fratello, lasciava il cavedio, entrambi sorridendo amabilmente al robusto fabbro che ricambiò chinando il capo per il saluto formale.
- Voglio questi scudi per i miliziani, in tempi brevi. Digli di trasferirsi a Thrudhaim.-disse il guardiano
- Dovremo fargli una buona offerta….- i due uomini assumono entrambi un’aria pensierosa e la loro somiglianza diviene marcata.
- Può prendere la torre sud del palazzo. Fallo sorvegliare. –
- Kor, la torre è….-
- Un testimone d’inutili ricordi, sarà più utile a lui e poi considera, le risorse che servono alla sua ricostruzione possono essere date al fabbro, ho idea che si occuperà della torre meglio di quanto faremmo noi.-
Non gli piaceva quanto aveva sentito, ma la possibilità che la torre lesionata, del complesso di Thrudhaim, fosse oggetto di attenzione degli esarchi, lo lasciava sbalordito.
- Non vogliono finanziare l’esercito, da quando ci sono risorse per ricostruire la torre ?-
- Mai state, era solo un suggerimento, ci sono altre priorità.- Kor sfoderò uno dei suoi più cordiali sorrisi capaci di ammaliare le donne, pacificare l’animo di chi offendeva, irritare immediatamente Brho.
- Oh, dei, quell’uomo non se lo merita.-
- Come tutti gli altri prima di lui. Allora fatti venire un’idea per avere gli scudi e non chiedere agli esarchi e se ci sono lamentele incolpa me. Troveremo il modo di ripagarlo più in là, adesso saremo generosi di promesse.-
- Voglio sentirle queste promesse.-
- Brho, …. Non crederai che lo faccia io ?- AsenBrho con un innata diplomazia risolveva speso questioni spinose.

Thialfi seduto, gambe penzoloni, sul toro di un pilastro, aspettava il guardiano per consegnargli due dispacci, mentre Brho tornava sui suoi passi per mentire, imbrogliare e rendere più difficile del previsto la vita di un fabbro che aveva avuto una buona idea al momento sbagliato.
- Che notizie hai delle sentinelle?-
- Temo nessuna, signore.- il servente passò al guardiano due cilindri decorati, contenenti informazioni di varia natura sulle due province da cui giungevano; nel suo campo visivo apparve una donna che con garbo rimase distante.
- Le loro ultime tracce?-
- Al confine.- Thialfi tentò di cancellare dalla sua attenzione HarSwan .
- Altro?- giungevano costanti informazioni da ognuna delle province che costituivano il territorio. Le sentinelle informavano su eventuali movimenti sospetti che rilevavano nelle terre di nessuno, dove scorazzavano Vittir, nomadi e commercianti pronti ad affrontare grandi rischi per lauti guadagni.
- No, signore, a parte l’invocazione di una ’velendar’ presso Horam.- disse cautamente.
- Una…quando?- Asenkor, tollerava la pratica dei sacrifici solo con la sua autorizzazione, che non concedeva mai.
- Ne abbiamo avuto notizia questa mattina da alcuni marinai provenienti da Horam, il rito si è svolto ieri, nel pomeriggio, con la partecipazione di AsenVè.- disse ancora più cautamente.
- Quanti?- chiese rabbioso il guardiano.
- Otto. Gli dei hanno spalancato il cielo…in molti hanno assistito al prodigio.- Thialfi, sperava di rassicurarlo sull’opportunità del rito, ma non sembrava funzionare e udì la nobildonna fare qualche inopportuno passo in avanti.
- Invia una missiva al sacerdote,voglio essere sempre informato prima di una purificazione, se ha agito per divinazione o per ubriachezza. Rendi il tutto moderatamente minaccioso e voglio una sua risposta personale a Thrudhaim anche da parte di Vè.-

Si passò le missive pensieroso da una mano all’altra; mentre Thialfi si allontanava, un nuovo scampanellio di cavigliera destò la sua attenzione. Swan era davanti a lui a capo chino.
La mano poggiata all’altezza del cuore non era un ossequioso saluto, piuttosto un esplicito invito alle forme generose su cui era posata la collana, in oro, del sigillo prefettizio. Il guardiano le sorrise e si domandò se il prodigio fosse reale, Vè aveva accettato il malsano rito della velendar, sicuramente era successo qualcosa.
Le manifestazioni divine erano rare, non sempre reali…ma sperava che fosse favorevole quanto l’avvento di Gram e Emily.

Di tanto in tanto Swan incrociava compiaciuta lo sguardo di AsenKor, abituata a farsi guardare e conscia della sua bellezza,non la celava ma la rivela costantemente, scostando una ciocca di capelli dorati che le occultava la scollatura dell’abito,lasciando sempre bene in vista braccia e spalle dalla pelle lisca e candida, il passo studiato perché il vestito le scoprisse una coscia…ed il guardiano era rilassato ed in attesa delle sue attenzioni, tanto attratto da lei, da non curarsi della piccola serva che gli sfila gli stivali e solerte porge, alla sua padrona, una ampolla di olio profumato.
Swan gli si avvicina, con tocco delicato gli sfiora il collo mentre le labbra accarezzano quelle di lui. Sedendogli accanto continua a baciarlo e con gesti lenti e studiati gli slaccia la casacca, passandosi dell’olio sulla mano sinistra, inizia a massaggiargli il torace facendo attenzione ad evitare la pelle rosea delle cicatrici.
-Un colpo mirabile, quella spada era robusta.- la nobile tenta di fare conversazione.
AsenKor le sfila di mano l’ampolla, posandola sul davanzale alle loro spalle.
-Non è ‘nebbia’, so che non ne hai bisogno...- tentò di giustificarsi, ma il guardiano le rispose con un sorriso obliquo ed una carezza scabra che dalla spalla scese verso il seno per sentirne la pienezza, mentre con l’altra mano ruvidamente le risaliva la coscia.
Mettendosi in piedi l’uomo si sfilò la casacca attirandola a se, le accarezza il viso, le bacia il collo e le slaccia la parte superiore del vestito per esporre le forme desiderabili.
Swan lo lasciò fare mentre osservava il camino vuoto nella parete di fronte; avrebbe punito la sua serva per quella mancanza. Il vestito le scivolò di dosso, lo sguardo impaziente di AsenKor incrociò il suo per qualche istante e le mani dell’ uomo tornarono ad accarezzarla fermandosi sulle sue spalle, un lieve cambiamento del tocco …
Non le piaceva il modo sbrigativo con cui la trattava, ma obbedirgli dopotutto era meglio che concedersi a qualche esarca.
Il guardiano almeno era giovane e attraente, a parte le cicatrici; così mentre il respiro dell’uomo si fece più profondo, lei, servizievole, non disattese le sue aspettative.



Il freddo sole del primo pomeriggio filtrando attraverso foglie, strette come dita, si posò nel giaciglio in frammenti di luce ambrata. AsenKor spezzò il raggio con la mano e fissò le gocce luminose posate nel suo palmo calloso.
-….ero alla balconata superiore, non sono una donna d’armi.- lui le sorrise e con decisione si rimette in piedi.
- Non rimani ancora un po’?- Swan si avvicina con aria imbronciata. Non capiva cosa sbagliasse.
- Vieni da me…..-
-Non mi sembrava ti dispiacesse.- le rispose, allacciandosi la casacca.
All’inizio era stato semplice, la sua bellezza non aveva richiesto alcuno sforzo.
- Vorrei più attenzioni, qualcosa che mi faccia capire che sono speciale per te.- il silenzio dell’uomo la porta a tentare un approccio diverso.
-La mia provincia è stata attaccata.-
- Da chi?- chiese svogliatamente raccogliendo gli stivali.
-Dai Vittir- ora si sentiva offesa – hanno distrutto molti villaggi e deportato tanti, abbiamo bisogno di fondi per la difesa, anche il cibo scarseggia.-
-Nessuno mi ha informato…-
-I tuoi serventi sono trascurati nei miei confronti.- disse stizzita
- Swan, nessuno attacca Winnef, se vuoi altri fondi chiedi agli esarchi; il consiglio ha già concesso quanto occorre a tutte le province.-
- Hanno concesso così poco, AsenKor, che non basta.-
-Non posso aiutarti.-
-…sei il guardiano. -la sua rabbia è autentica.
- Chiedi a NevLen, ThrilLam qualsiasi esarca ti darà retta.-
Possibile che sapesse?Doveva insistere.
-Come puoi pensare che..- uno scatto inatteso ed una morsa di dolore al braccio la fecero trasalire.
-Quanto speciale credi di essere?- sibilò il guardiano, la presa si sciolse bruscamente e le speranze della donna lasciarono la stanza.
HarSwan ora sapeva che il guardiano era degno del suo soprannome. Si era impegnata fino in fondo, era stata accomodante, compiacente, remissiva, ma le sue richieste venivano sempre glissate o liquidate facendole credere che non fosse nelle sue facoltà aiutarla. Era ‘Riluttante’ nei suoi confronti. C’era stato un momento in cui aveva cercato di avvicinare AsenBrho, un solo scontro verbale con RunKirya le era bastato a cambiare idea. Thrudhaim somigliava più ad un campo di battaglia che al giardino di delizie decantato dai poeti.
Swan e sua sorella governavano due protettorati a capo dei quali il loro fratello, maggiore solo nelle ambizioni, era riuscito a farsi nominare prefetto. Winnef non era ricca o desiderabile, semplicemente una provincia esterna, che definiva una parte degli incerti confini di Austri. L’importanza di queste province risiedeva nelle relazioni commerciali con altri territori, nella loro posizione strategica o se rivolti ai territori dei Vittir fungevano da zone cuscinetto. Ma Winnef di rilevante aveva solo una palude, era una palude.
Dopo due stagioni nelle desolate regione, Fosh pensò bene di spedire a Thrudhaim la più giovane e carina delle sorelle, alla ricerca di un favore che personalmente non aveva, ma incapace di comprendere che era semplice avvicinare il guardiano, difficile ingannarlo. Swan ora lo sapeva. Nel giro di una luna era passata, con crescente disappunto, dalla cuspide degli Asen alla foresta degli ospiti.

Ripercorrendo il corridoio verso la foresta di colonne, sei figure nere lo seguono, mentre si incammina lungo le scale, scrupoloso legge i dispacci contenuti nei due cilindri; non si guarda attorno, la strada verso le sue stanze, nella parte più alta del palazzo, non suscita il suo interesse; chi lo incrocia si ferma e lo omaggia del saluto formale, il guardiano non aveva l’obbligo di rispondere, gran parte di quelle facce non le conosce e per lo più le loro esistenze sono dei concetti astratti di cui si può occupare in astratto. I suoi passi, attraversano ponti , sale rampe e riluttante entra nei suoi quartieri all’interno della cuspide, lasciandosi alle spalle innumerevoli scalinate e corridoi a serpentina… Desidera essere lontano da Thrudhaim, persino su un campo di battaglia , le cose in quelle circostanze erano difficili ma chiare… se avesse saputo avrebbe confessato, sarebbe stata una buona soluzione.


Salbard con passo rapido e deciso gli andò incontro. - E’ da un pezzo che ti aspettiamo. - disse infastidito.
Kor, non rispose e si limitò a scoccargli una occhiata gelida, entrambi sapevano che quello era il problema con Thrudhaim, l’atmosfera della corte, portava tutti a tirarlo da una parte all’altra ricordandogli doveri e richieste, Salbard non faceva eccezione.
Attraversarono il corridoio che portava alla sala privata delle udienze, fermandosi prima in una stanza spoglia, con una parete fatta di una spessa pennellatura di legno intagliato a più strati sovrapposti, che permetteva di vedere, non visti, chi sostava in una saletta in attesa d’essere ricevuto.
Un uomo massiccio era seduto sul primo di quattro gradini sotto una finestra, con le mani sulle ginocchia, aveva lo sguardo fisso nel vuoto ed ignorava completamente le altre persone presenti.
Diversi fra consiglieri e nobili avevano atteso, con più o meno pazienza, un colloquio; il guardiano riusciva a sviare quelle lamentele, affidando i più alle attenzioni dei serventi o dei luogotenenti, ma c’erano alcune autorità che non potevano essere dirottate, l’alto rango e le questioni importanti, dovevano avere solo Asenkor come interlocutore.
- Sal, CrinVede, ne sai qualcosa?- chiese Kor con un sorriso.
- Mi deve delle scuse.- disse allusivo e ugualmente divertito il miliziano.
AsenKor trattenne a stento una risata. Uscendo dalla stanza decise che un esarca per quel giorno sarebbe bastato.
- Falli aspettare ancora un po’.- ordinò rivolto alla sua servente più anziana. - e fa passare NevLen. Manda via gli altri.- scuotendo la testa si avviò verso i suoi appartamenti.
Con indifferenza Salbard attese il momento di scortare l’esarca; gli dispiacque il mancato colloquio di CrinVede, non perché provasse simpatia per lui, ma ora che poteva ripagarlo per il suo soprannome, erano venuti meno i motivi per una rivalsa.
Ormai quando ci pensava considerava che la cosa migliore da fare era ringraziare il nobile e soprattutto la sua spocchia, per avergli reso quasi impossibile la vita a Yoolith, non che fosse stata semplice prima, ma almeno il suo orgoglio non era mai stato ferito…
Yoolith era una provincia ricca perchè produceva militari: i più importanti educazionali per guerrieri e miliziani di Austri accoglievano il meglio di ogni nuova generazione del territorio, poter ricevere il proprio addestramento a Yoolith era già una conquista. Però la convivenza fra guerrieri e miliziani risultava difficile perché i primi erano i padroni di Austri, essendo nobili, e se anche qualcuno riconosceva una certa validità ai miliziani, non lo ammetteva mai pubblicamente, anzi screditava il loro valore …perché si trattava di plebe, così povera che non poteva neanche permettersi un arma per combattere, doveva imparare ad usare il proprio corpo. Poco importava poi se i nobili facevano a gara per ingaggiare i miliziani scelti.
Sabard era sempre stato determinato a diventare un miliziano scelto,per servire il guardiano.
Così una sera, di molti anni prima, più che brindare per aver superato lo stadio di adepto,celebrava la sua decisione, assieme a due camerati, in una locanda dove alcool e compagnia non erano né cari né scadenti. Una serata sfortunata visto che una banda di cinque giovani nobili di Thrudhaim avevano deciso di fermarsi lì . Senza alcun motivo, solo per provocare una rissa, cominciarono a volare parole d’insulto da parte dei guerrieri. Ai primi spintoni l’oste decise che tutti i militari dovevano andarsene e …buttò fuori Salbard ed i suoi compagni; il pover’uomo non poteva far nulla con gli altri: quattro nobili e un erede. CrinVede ed il suo seguito non si lasciarono sfuggire il divertimento e fuori dalla locanda gli insulti continuarono più pesanti per arrivare al punto in cui la rissa divenne inevitabile; in un modo o nell’altro tutti sapevano che i miliziani avrebbero perso. Poi a rendere la situazione ancora più tesa c’era l’erede e Salbard aveva in testa la sua decisione con tutte le conseguenze. Ci volle poco a disarmare ed atterrare chi non era ancora molto pratico d’armi e non sapeva molto di miliziani …l’erede semplicemente si godette lo spettacolo.
Il giorno dopo arrivò la punizione per i miliziani, colpevoli d’aver aggredito dei nobili. La stranezza che Asenkor non avesse fatto richiesta di punizione fu chiara solo qualche giorno dopo. Salbard si sarebbe occupato esclusivamente dell’erede che ora alloggiava con i miliziani perché ne avrebbe seguito l’addestramento. CrinVede non si sforzò a fargli rimanere il soprannome di ‘Servo’…


Si versò una coppa di idromele e sedette nel comodo scranno. Brho si accomodò vicino una finestra, non distante dal fratello, sbilanciò leggermente la massiccia sedia e cominciò a dondolarsi, fingendo calma, ma l’irritazione di chi lo aveva aspettato per un intero pomeriggio era palpabile.
- Quanti ne hai mandati via?- chiese asciutta Kirya dall’altro capo della sala. Hudrun dando le spalle a tutti guardò diplomaticamente fuori da una finestra.
Kor la ignorò e ingollò l’idromele, si era preso il suo tempo, lavando via l’incontro con Swan e consumando un buon pasto; entrato nella sala era tranquillo, ma l’atteggiamento di rimprovero lo infastidiva.
- Lamentano la tua trascuratezza.- lo incalzò il fratello.
- Allora impegnati di più ,Thialfi…- chiamò il servente nel tentativo di evitare le lagnanze
- Kor…- riprese Brho conciliante.
- No, stammi a sentire, l’ultima volta che ho accettato questo modo di fare ho sprecato una luna intera, venti, maledetti, giorni d’inverno.- rimarcò con veemenza ogni parola battendo la mano sul bracciolo in legno - a ricacciare i drappelli di Derthan senza provocare una guerra aperta e per cosa? Per un pezzo di terra conteso da due idioti del consiglio? Ho perso soldati, civili uccisi nello sconfinamento. Quindi risolvete qualche fastidio, perché diversamente non servite. Thialfi, fa passare NevLen.- concluse seccamente.
La porta si aprì e Roskva, la servente più anziana del guardiano, cedette il passo all’esarca Nevlen, seguito da Salbard. I due generali miliziani attesero che la porta si richiudesse e con braccia incrociate dietro la schiena resero la loro presenza silenziosa e immobile quanto l’arredo.
L’esarca si muoveva senza che i suoi passi fossero visti o uditi. La lunga palandrana decorata che indossava rendeva la sua figura ancora più massiccia e imponente di quanto non fosse. Le braccia corte convergevano sul petto e le mani grassocce accarezzavano un maestoso sigillo prefettizio in oro con incastonati shetle rossi che definivano la forma del suo protettorato . Kor conosceva bene quella provincia dai confini netti, aveva vissuto lì per un tempo che gli sembrava lunghissimo e remoto per diventare un miliziano scelto.
- Non sono contento di vederti qui, NevLen.- esordì il guardiano sincero.
image
- Io non sono contento della condotta dei tuoi uomini.- la voce pastosa non nascondeva la rabbia. L’enorme mole dell’esarca si piantò dinanzi al guardiano, in atto di sfida. Kor, conosceva la natura delle sue lamentele e decise che era meglio sbrigare la faccenda rapidamente, così lo lasciò parlare.
Il volto di NevLen si colorò d’ira mentre descriveva l’increscioso episodio che aveva come protagonista una delle sue serventi, aggredita e oltraggiata in modo indegno da un miliziano del guardiano, permessosi anche di aggredire due miliziani privati intervenuti per difendere la malcapitata.
- Mi occuperò personalmente di chi ha causato l’incidente.- mentì
- Voglio una punizione esemplare, il durshal deve essere rispettato!-
- Per quello che riguarda la tua servente ed i tuoi uomini: sono interdetti da Thrudhaim.- decise glaciale, Asenkor. Nevlen lo guardò sorpreso,poi il colore abbandonò completamente le guance flaccide e gli occhi divennero roventi.
Il durshal invocato dall’esarca era la parola chiave che paradossalmente vanificava le lamentele.
- E’ un insultato!- disse con rabbia
- … tu sei offeso?- si aspettava una reazione violenta, desiderava che l’esarca montasse su tutte le furie,ma sapeva che l’uomo non solo era legato al durshal, ma soprattutto era troppo accorto per lasciarsi andare. Al pari di NevLen anche Kor era legato al rigido codice d’onore di Austri, ogni sua azione era corretta e ora la fama della sua correttezza gli tornava utile, ora che aveva deciso di giocare sporco.
- Brun non avrebbe mai accettato nulla del genere.-
- Dovrei far allontanare tutti i miliziani privati.- da quando si era insediato tentava di farlo con risultati insignificanti.
- Li hai disarmati non ti basta questo?-
- I miliziani non sono mai disarmati e tu non riesci a tenere a bada neanche i tuoi serventi.-
- Il consiglio saprà di questo affronto.- il volto tornò a colorarsi.
- Certo che lo saprà, solleverò io la questione. Due miliziani che aggrediscono uno dei miei, una servente leggera…il durshal deve essere rispettato . - era fin troppo semplice rivoltare la situazione, ma non poteva esagerare o rischiava di vanificare tutto.
NevLen inspirò reprimendo completamente la sua rabbia.
-Brun ha sempre avuto un alleato nel consiglio…
-Mi stai minacciando?-
- Attenderò la discussione in consiglio.-
Nevlen salutò formalmente, le porte della sala si aprirono ed il guardiano richiamò l’esarca.
- NevLen, non dimenticare chi è il guardiano ora.-
Hudrun e Salbard smisero la statuaria pantomima una volta richiuse le porte.
Kirya scese dal piccolo soppalco, non le piaceva il comportamento scorretto a cui dovevano ricorrere, ci rimettevano sempre innocenti .
-Farò indennizzare la serva.-
-No, Kirya, NevLen lo verrà a sapere e Vaglish ci darà più problemi che benefici. -disse Brho. Nella sala scese il silenzio, l’impossibilità di gestire la situazione creava tensione tra loro.
- E’ il meglio che sei riuscito a fare?- Kor si passò una mano sugli occhi.
Hudrun scosse la testa.- Non rispondono, ci evitano in tutti i modi; questo è l’unico tentativo andato a buon fine. Ovviamente cercheremo di sfruttarlo.-
Il guardiano si sentiva esausto per un gioco di forza che gli esarchi avevano ingaggiato da tempo; gli faceva perdere sonno.
- Nessuna irregolarità?- si rivolse a Hudrun e Brho lo riprese.
-Nessuna, almeno da parte loro, se si accorgono che abbiamo duecento uomini in più solleveranno l’inferno… forse è il caso di cambiare strategia.-
- Idee?-
-Neanche una, tu pratichi un diritto e loro assolvono un dovere, devono bilanciare il nostro potere con lo stesso numero di miliziani….ora sembra una gara.- i due fratelli si sorrisero un po’ amaramente.
- Noi però non abbiamo più niente con cui pagare i nostri.- disse Kirya.
- I miliziani sono molto pazienti.- rassicurò Hudrun
- A proposito…- Kor si rivolse al generale -Requisisci le vincite di Kirya.-
La luogotenente guardò incredula il fratello
- Non puoi… ho bisogno di quei gioielli.-
-Anch’io, devo pagare il fabbro.- Kor si alzò dallo scranno e andò verso un baule in fondo alla sala.
- Devo saldare un debito, Kor, le prossime vincite saranno tue.-
- Non è un mio problema. - disse serafico
-Le mie vincite però ….-
- Non mi piacciono i tuoi debiti. Se la fortuna ti abbandona smetti.- la rimproverò il fratello.
- La fortuna non c’entra dovevi perdere.- disse Kirya seccata. Kor la guardò incuriosito.
-Ha scommesso sulla partita di ‘Paslok’- intervenne Brho sorridendo alla donna.
-Hai scommesso contro…- il guardiano si sentì offeso.
-Eri in difficoltà…- lo interruppe Kirya.
- Chi ha vinto la scommessa?- chiese. L’indice della luogotenente si mosse nella direzione di Salbard che sorrideva soddisfatto.
- Bene! La tua vincita è sequestrata-
-Kor, non puoi…- Salbard tentò di protestare
-No?E da quando?- ironizzò il guardiano
-Sal, il debito si intende pagato.- disse dolcemente Kirya,sorridendo allo sguardo d’astio del militare.
AsenKor tirò fuori dal baule una cintura in oro e shetla, tornando allo scranno la diede a Hudrun.
- Paga chi ne ha più bisogno, tieni da parte le pietre per altre spese.-
- Kor quella cintura…-Kirya fu zittita dal gesto spazientito del fratello maggiore. Tutto sembrava andare storto gli esarchi diventavano sempre più forti e l’economia di Austri la gestivano senza lasciargli alcuna autonomia, le fortificazioni che aveva voluto drenavano tutto l’oro in circolazione e nessuno voleva concedere nulla all’esercito, l’unica parte del suo dominio su cui aveva reale potere e comando autonomo, ma tutti riuscivano a raddoppiare il numero di militari privati al loro comando dentro Thrudhaim e nelle province non andava meglio. Il consiglio lo chiamava bilanciamento di potere. Strano che quel bilanciamento finiva sempre per pesare più dalla parte degli esarchi. Kor chiamò la servente, una donna si affacciò, accolta dal suo disappunto.- Dov’è la ‘prima’?-
- E’ impegnata con il consigliere CrinVede. Mi ha incaricata di riferire che è tutto pronto: la nave è la Ilme, salperà al tramonto, tutti gli uomini sono stati controllati ed il comandante ha ricevuto un anticipo.- sbrigativo la congeda e Brho inizia le proteste.
- Parti questa sera?-
- Per Oskull e Kirya viene con me.-
-Ma sei appena tornato, non sei riuscito…-
- Brho!- gli ringhiò contro.- non discutere ogni decisione, faccio quello che posso. Saby è l’unica a cui chiedere aiuto.-
-Qualche miliziano in meno ci darebbe più respiro.-
Tamburellando sul bracciolo, AsenKor, trattenne l’irritazione. – Ho una gran voglia di disciplinarti.-
- Fallo! Ma stammi a sentire: sono giorni che il consigliere CrinVede chiede di parlarti è disposto a fare le sue scuse pubblicamente. Sal tu le accetteresti?-
- Mi rimetto alle decisioni del guardiano.- Salbard cercò di evitare il suo coinvolgimento nella discussione.
-Sempre così servile.- Kirya sputo le parole con disprezzo.
- I miliziani servono il guardiano.-Salbard guardò di traverso la luogotenente.
- Servo del guardiano- lo provocò Kirya.
-Basta!-stava perdendo la pazienza.
- Kor, se non dimostri di capire, il consiglio si irrigidirà…- Brho non intendeva lasciar cadere l’argomento.
-Che l’inferno si prenda tutto il consiglio- perse la pazienza e alzando la voce si avvicinò al fratello - Non lo vedi a cosa siamo ridotti. L’unica cosa che li tiene calmi sono loro- indicò i generali- se assumono il vecchio atteggiamento è la fine….
Kirya si frappose ai due, Hudrun tentò di bloccare il guardiano alle spalle e prima che riuscisse a sfiorarlo si ritrovò sdraiato sulla schiena con un forte dolore al petto.
La tensione si sciolse in un istante e Kor tornò a sedersi lasciando a Salbard il compito di rimettere in piedi il generale.
-Non provarci mai più.- lo ammonì il guardiano. Hudrun provò a scusarsi ma riuscì solo a tossire.

Oskull

image

Con il calare del sole la vela quadrata si tese al vento e la nave scivolò rapida sulle acque del Ginunga, accelerando grazie all’aiuto di quaranta rematori disposti su due file lungo le fiancate. Il ritmico tagliare dei lunghi remi nell’acqua variò d’intensità solo nel momento in cui la polena dalla forma serpentina e aggressiva, virò ,sotto la luce della grande luna, per entrare nelle acque dell’affluente Gindia. La spinta dei rematori continuò per tutta la notte, con una breve pausa per il cambio dei marinai. La Ilme era una nave commerciale leggera, il carico di stoffa e pietre semi preziose ingombrava la stiva, con la promessa di buoni affari a cui si aggiungeva la buona ricompensa per i due passeggeri. Ambasciatori.
Al comandante Sarniove, non era servita astuzia o talento speciale per capire chi aveva imbarcato, da altri comandanti aveva sentito storie che riguardavano gli spostamenti furtivi di AsenKor e dei luogotenenti verso il territorio di Vestri. Si sentiva onorato della loro presenza, per nessuna ragione plausibile; certo la ricompensa per imbarcarli e tenere la bocca chiusa era un buon incentivo,però c’erano cose che AsenKor aveva fatto per il territorio che lo rendevano gradito a prescindere da qualsiasi pagamento.
L’equipaggio istruito per tenersi alla larga dagli ‘ambasciatori’ ebbe solo il tempo di intuire chi fossero i due passeggeri che quasi immediatamente si erano eclissati dentro uno degli spazi privati, in modo da non interferire con le attività dei marinai, così le mansioni di governo dell’imbarcazione assorbirono i pensieri ed il tempo di tutti, dimenticandosi della loro presenza.


- … il fabbro li ha apprezzati e tu non dovresti possedere nulla. Devi ringraziarmi …- Kor si stiracchio in tutta la sua altezza sbadigliando e assaporando la fredda aria mattutina.
- Mi rifarò e ti girerò alla larga.- Kirya notò qualcuno che li osservava e distoglieva rapidamente lo sguardo quando incrociava il suo.
- E’ meno sprovveduto di quanto pensi, quei gioielli gli bastano per qualche placca; ci teneva che tu lo sapessi . Però da quando sono a Thrudhaim, non mi sembra d’appartenere ad alcun posto, e dal tuo insediato è anche peggio.- Non stava rimproverando il fratello, Oskull era visibile, alta e maestosa e lei si sentiva felice nonostante tutto.
- Ci sono cose che vanno fatte, Kirya.-
- Quattro giorni sono talmente pochi, non puoi pretendere d’essere ovunque contemporaneamente passi poco tempo a Thrudhaim, sei un estraneo a palazzo.-
- Abbiamo bisogno di fondi.- il comandante, passò loro accanto,gridando degli ordini, li salutò, ricambiato, con un rapido e discreto cenno della testa.
- Hai noi, nel nome dei mondi, hai tutto un esercito a cui dare ordini, perché devi essere tu a occuparti di tutto ?-
- Sei pentita delle tue scelte …?-
- No, non ozierei mai come i consiglieri, ma delle volte vorrei solo qualche momento di calma. Ne hai bisogno anche tu, dovremo trovarti un buon motivo per restare.- disse furbesca
- Una buana mira.- Ironizzò, ma Kirya era ormai presa dalla vista della città.
Oskull sorgeva a cavallo di uno dei bracci principali del fiume madre Ginunga, il Gindia.
Avvolta da mura alte e robuste che la proteggevano con efficienza da attacchi, allo stesso tempo celavano completamente la sua bellezza, solcata da innumerevoli canali che dissetavano abitazioni e appezzamenti di terra, rendendola del tutto autosufficiente. La capitale di Vestri aveva una estensione ragguardevole divenuta quasi leggendaria .
La grande Oskull privilegiava negli spostamenti, da un capo all’altro delle mura, la barche che accorciavano un cammino che poteva protrarsi per un’intera giornata. Il commercio era la sua forza vitale. La salda alleanza con Austri le aveva permesso di crescere indisturbata, non sempre,lontana dalle ritorsioni dei territori confinanti. L’unione della dinastia Ver con gli Asen aveva tenuto lontano i clangori di guerra da Vestri per una intera generazione, sconfinamenti e razzie dei vittir erano considerati solo un piccolo fastidio.


image


Lungo tre palmi e largo uno, il metallo rossastro del sigillo degli ambasciatori venne mostrato all’arrivo nel porto esterno di Oskull, un comandante di guardia osservò le incisioni su di esso e senza rivolgere una parola alla donna che gli era di fronte, scese dalla passerella della nave ed ordinò con un gesto che proseguissero.
L’imbarcazione su cui viaggiavano si adombrò scivolando sotto la grande porta, unico ingresso alla città,le mura ciclopiche racchiudevano massicci cancelli di ferro che venivano fatti calare durante la notte. Il porto interno di Oskull era piccolo, ma ordinato, con sei moli ai quali non più di due navi per volta potevano attraccare con manovre lente e precise. Ogni molo era sorvegliato da un folto numero di militari che controllavano la regolarità dei nuovi arrivati, verificando l’autenticità dei loro sigilli di provenienza e la liceità delle merci trasportate, la quantità e la loro natura veniva attentamente inventariata dai doganieri su sottili pelli, sbiancate alla partenza, quando non vi era più motivo di tenere quelle informazioni.
Presentatisi come ambasciatori di Austri, AsenKor e la luogotenente lasciarono il comandante della Ilme alla trafila burocratica del porto, venendo scortati immediatamente su una nuova imbarcazione, ad uso cittadino, per raggiungere velocemente il palazzo della guardiana VerSaby.
Nel cuore della sconfinata città circondata dall’acqua del Gindia, deviato in un anello di difesa, sorgeva il palazzo della guardiana. Un unico ponte con quattro arcate lo collegava al resto dell’ abitato. Attraversato il ponte Kirya si sentì a casa.

La guardiana era fuori di sé dalla rabbia, non tollerava più certe mancanze e dispose l’arresto del servente. Che i due visitatori fossero in grado di sfruttare le debolezze della sorveglianza, perché le conoscevano bene, era irrilevante; VerSaby trovava intollerabile che non fossero riconosciuti ma soprattutto che si presentassero ancora da lei in quel modo….
Spalancò la porta, anche se avrebbe preferito aggredirla e la richiuse con violenza alle sue spalle. L’uomo in piedi davanti al camino si girò e le sorrise, era contento di vederla.
image
- Dov’è la tua scorta?- tuonò la guardiana. Kor si limitò a indicare Kirya, senza modificare la sua espressione.
- VerSaby girò la testa e si sciolse.
- Kirya, bambina.- le due donne di abbracciarono. La guardiana aveva un legame speciale con Kirya che aveva allevato per anni considerandola una figlia; se il divieto di AsenBrun e successivamente di AsenKor non fosse stato così tassativo non avrebbe esitato a nominarla sua erede.
Però l’istante non addolcì la donna che tornò all’attacco del nipote.
- Dov è la sua scorta, Kor?-
- Anche io sono contento di vederti, Saby…- disse continuando a sorridere.
- Smettila di giocare con me ragazzo!-
VerSaby semplicemente non riusciva ad imporsi con AsenKor, lo trovava indisciplinato per natura e balzano per vocazione, ma questo non le impediva di volergli bene. Così ancora una volta, la rabbia per l’ennesima intrusione cominciò a placarsi, mentre riprendevano a parlarsi come se le stagioni che li avevano separati non fossero mai esistite e non avessero mai interrotto la reciproca compagnia.
VerSaby era comunque una guardiana e non dimenticava mai i doveri che la vincolavano, Kor era suo nipote, ma era soprattutto il suo alleato: potente, scomodo e delle volte prepotente…
Se erano da lei, erano in difficoltà. I suoi uomini di fiducia controllavano lo stato del guardianato sia a Thrudhaim che nei confini di Austri al fine di capire se l’alleato era saldo o vacillava; evidentemente le piccole incursioni delle sue sentinelle dovevano aver irritato Vè negli ultimi giorni.
- Mi aspettavo di vederti molto prima, certe mancanze sono difficili da nascondere.- Il sorriso del guardiano si attenuò lasciando il posto ad una vaga espressione interrogativa, a cui fece seguito il sopracciglio alzato di Kirya .
- Kor, uno sconfinamento tra noi non può essere condannato.- disse Saby sorridendo materna come faceva quando era un bambino.
- Libera le mie sentinelle, i pattugliamenti vanno anche a tuo beneficio. E voglio delle scuse ufficiali da parte di Vè.-concluse un po’ seccata.
- Vè non ci ha detto nulla…- disse Kirya quasi soprapensiero.
Versaby guardò il nipote e si rese conto che l’unica traccia rimasta, in quell’uomo, del bambino erano le fossette che si formavano nelle sue guance quando sorrideva, con la differenza che ora erano dei solchi piantati nel viso che sottolineavano una espressione accigliata.


i commenti in questo thread , grazie
http://gonagai.forumfree.net/?t=37562274

Edited by runkirya - 1/11/2009, 16:59

...invece io, essendo povero, ho soltanto i miei sogni e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi.Cammina leggera perchè cammini sopra i miei sogni. (Yeats)

fanartwzfanfictionkgraphicnovelj

jpg myblog
e8omch
 
PM Email  Top
view post Posted on 21/9/2009, 23:15           Quote
Avatar

Ho dei pensieri che non condivido!

Group:
Super Mod
Posts:
13227
Location:
Seconda stella a destra.

Status:


nuovo capitolo ma questa volta non è lungo.....l'ho diviso in due :rotfl:


La città

I parte
Esposto a raffiche gelide, il passo fu agevolato dal terreno pianeggiante, il tagliente deserto mutò d’aspetto; l’andatura dell’animale era diventata silenziosa nella sottile polvere, tanto volatile da riempire la steppa di nebbia secca che a tratti, con il vento, si infittiva in banchi mobili. Il pulviscolo dava all’aria un odore gessoso, la gola gli si era inaridita e dopo i primi colpi di tosse Kor decise di fermasi per bere e sistemarsi uno straccio bagnato a protezione di naso e bocca. Dallo zaino, sulla sella, tirò fuori una ciotola in cui versò l’acqua che gli rimaneva, l’animale prontamente si dissetò, immergendo la corta proboscide per portare il liquido alla bocca.image
Riprendendo la cavalcata ben presto i banchi di polvere lasciarono intravedere la città, verso cui si dirigeva, a quel punto rallentò l’andatura. Aveva spronato in corsa il batif per gran parte della giornata per evitare di passare la notte all’aperto, a nord si estendeva un ghiacciaio che rendeva la zona arida, ma particolarmente fredda al calare del sole.
La sagoma della città si definiva sempre meglio e rivelava la presenza di altre persone, singoli e gruppi , diretti verso le mura coronate da cinque torri. imageEntrò nel perimetro dell’abitato attraverso il portale del torrione centrale. Uomini e donne ingabbiati, gli passarono accanto, altri ben armati e chiusi in armature parziali o complete, lo sfiorarono con indifferenza, trascinandosi al seguito almeno uno schiavo.
Sia AsenKor che VerSaby avevano sempre tenuto d’occhio i traffici della città che in passato aveva dato non pochi problemi ai loro territori. La sparizione delle sentinelle, non era mai un fenomeno veramente preoccupante, era qualcosa con cui fare i conti quando si controllavano le ‘terre di nessuno’ e la città dei vittir era l’unico posto dove ,forse, avrebbero trovato delle risposte. Due giorni sarebbero stati sufficienti per controllare e ottenere delle informazioni. Kirya aveva protestato per la decisione di recarsi nella città da solo, ma sapeva anche che la natura degli abitanti del posto rendeva il luogo più sicuro per il fratello che per lei.
Kor avrebbe dato un occhiata e si sarebbe mantenuto sulle sue aspettando Brho e Saby con le loro truppe. Si sarebbero entrambi sbarazzarsi di un nemico fastidioso, facendo espandere per colonizzazione i loro territori. La razzia seguente all’attacco faceva gola alla guardiana e tamponava, nell’immediato, qualche problema di fondi che la dinastia degli Asen aveva da tempo.
Si addentrò per le strade di terra battuta delimitate da basse costruzioni di legno e pietra, dai tetti un negletto intrico di erbacce pendenti oltre gli spioventi, sottraeva luce ai vicoli e porticati. C’erano persone di ogni tipo, squallidi aguzzini, vittime indefinite, facce dure, occhi stanchi, disperati, fuggiaschi e reietti, dimentichi di se stessi e degli dei.
Le città dei ‘rinnegati’ erano tutte così, piene di marciume in fermento.
Una voce potente in lontananza attirò la sua attenzione, fece girare il batif in un vicolo e sbucò nella strada del mercato. L’incedere dell’animale si fece lento mentre la gente si muoveva fra i banconi colorati dei mercanti che ultimavano le vendite e cominciavano a conservavano l’invenduto. Seguì la voce e quelle che rispondevano: la merce che cercava aveva un mercato che non chiudeva con il calare del sole. Si fermò ai margini di una piazza, circoscritta da un largo porticato a mezza luna. I primi fuochi della sera cominciavano a bruciare, portando luce sugli schiavi al centro del largo. Sulle pedane si avvicendavano gruppi di incatenati , rapidamente venduti, dal battitore d’asta, ai migliori offerenti. Dei vittir dal sangue misto si aggiudicavano la merce, pagandola con shetla rossi.
Gli schiavisti avevano varie provenienze, facilmente riconoscibili dai vestiti, dalle lingue e dalle varie fisionomie, ma fu sorpreso nel vedere ‘mercanti’ dell’estremo nord, con il loro aspetto poco umano e dai modi ancora più feroci. Non se ne vedevano spesso vicino al suo territorio, da quando aveva cominciato le sua strategia di protezione, i Thursi si avvicinavano solo se il mercato era buono nei guadagni e cospicuo nelle richieste. Queste presenze lo allarmarono.
I mercenari raramente commerciavano schiavi; a modo loro rispettavano il durshal. Solo in mancanza di ingaggi non disdegnavano l’occasionale tratta umana. Eppure nonostante gli reclutamenti anche loro avevano schiavi da vendere.
Il loro traffico aggiungeva normalità ad una atmosfera che di consueto non aveva nulla.
La mercanzia umana era troppo buona per non essere notata.
Diversi fra i venduti avevano il marchio dei riottosi e gli acquisti erano veloci dinanzi alla merce vigorosa e ben nutrita. Ogni particolare era fuori posto.
Gli schiavi di solito si somigliavano tutti: laceri e consumati dai lavori più pesanti, non stavano dritti ma curvi, con schiene che avevano retto più peso di quanto potessero e segnati da sferzate di frusta. Quelle persone macilente sopportavano più lavoro di quanto sembrasse possibile, al fine di evitare le torri dei vittir o i sacrifici dei tempi. Nessuno padrone desiderava schiavi troppo forti e disobbedienti. Nel suo territorio, i nobili spesso organizzavano battute di caccia, al fine di sbarazzarsi di quanti potevano creare disordini o vere e proprie rivolte. Questa non era una pratica legale, ma tollerata, come la schiavitù; difficilmente gli sventurati sopravvivevano per lamentarsi del trattamento e comunque ricevevano il marchio dei rivoltosi, con una vita che diventava ancora più disumana del solito.
Alcuni uomini assoldavano, al riparo dei porticati della piazza, i soldati prezzolati, pagandoli con shetla e l’ordine di presentarsi alla torre per l’addestramento dei prigionieri a cui sarebbe seguito il rinnovo della paga: stavano organizzando un vero e proprio esercito.
Tutto scorreva con naturalezza. Ai margini di Austri si stava preparando una guerra. La possibilità che un eventuale attacco riguardasse solo Vestri era poco importante, l’alleanza con VerSaby lo avrebbe costretto ad agire. Da quanto tempo andava avanti tutto questo? Le sentinelle avevano scoperto ciò che stava succedendo ed erano state eliminate; nessuno si preoccupava di nascondere nulla. Possibile che Vè non l’avesse notato? O stava perdendo le sentinelle nel tentativo di capire cosa stesse accadendo?
Difficile comprendere chi fossero i mandanti di tutto; gli shetla rossi erano pietre preziose e venivano usate per i pagamenti poco leciti al posto dell’oro. Che i vittir avessero una miniera di shetla? Ne avrebbero goduto senza scomodarsi per una guerra. Allora da dove venivano le pietre?
Quando avrebbero mosso guerra? Dove?
Per il momento, era certo solo il suo attacco alla città. Avrebbe dato ai vittir una dose della loro medicina.
Le ricchezze giustificavano sempre il guardiano quando si comportava da rinnegato e la minaccia di una assalto in grande stile non necessitava di spiegazioni davanti al consiglio. Sarebbe bastata la voce di un messaggero a pronunciare le tre parole: Razziati Razziatori Bellicosi.
Però…se i mandanti erano nel territorio di Vestri, possibilità molto concreta, visto che la guardiana non aveva eredi; distruggere e depredare la città avrebbe solo spostato il problema nel tempo ed in un'altra città. Poteva solo osservare i bilancini che venivano riempiti con due misure di sassolini carminio e svuotati nelle mani dei mercenari, mentre sei misure era il prezzo degli schiavi buoni per combattere ed i venduti erano solo buoni per combattere. Sarebbe rimasto in città fino all’arrivo di Brho, sicuramente poteva raccogliere altre informazioni.
I veri schiavi erano pochi, relegati ai margini della piazza assieme ai loro venditori quasi privi di acquirenti. Alcuni mercenari, quasi sempre uomini, affittavano delle schiave per la notte, lo scambio era più conveniente e sano che rivolgersi ai bordelli. Osservò lo squallore degli episodi, non provava pietà per alcuno di loro. Passò oltre per cercare una locanda.
- Compagnia?- lo richiamò una commerciante , allusiva stava vendendo anche se stessa.
Kor la guardò, gli affari le andavano male. Gli venne indicata una gabbia dove si trovavano due ragazze e tre ragazzi appena adolescenti, tutti semi nudi ed infreddoliti. Disperatamente magri, ma pronti a tendere i volti in sorrisi infelici e ammiccanti; avrebbero fatto compagnia a chiunque per un pasto e un giaciglio caldo.
La sua attenzione cadde sulla gabbia accanto dove si accalcavano altri disperati, che evitavano, per quanto possibile, il contatto fisico con una donna bendata e legata alle sbarre. Una riottosa? Aveva lottato, i vestiti erano sporchi e strappati in alcuni punti. I brandelli della casacca, lacera su una spalla e sulle maniche, lasciavano scoperta una carnagione chiara, priva di cicatrici e a tratti violacea di lividi.
- Che genere di compagnia offri?- era incuriosito.
- Quella che puoi pagare: un uomo, una donna e se hai oro…-la donna gli sorrise, Kor rise all’idea, circolava poco oro e la commerciante si sopravvalutava.
- Quanto vuoi per quella?- puntò verso la donna bendata.
- Quella è strana, ho altre ragazze…-
Il guardiano, ignorò le scuse, tirò le redini per avvicinarsi ai prigionieri. Infilando una mano fra le sbarre, tolse la benda alla donna che cercò di spostarsi e lo guardò sbattendo le palpebre, colpita dalla luce. Era spaventata, e Kor trattenne a stento la sorpresa. Aveva gli occhi più incredibili che avesse mai visto. Neri e profondi, con un taglio che non avrebbe saputo definire.
Pensò immediatamente alla velendar riferitagli da Thialfi.
Con un po’ di attenzione poteva comprarsela; sicuramente quegli schiavisti non sapevano neanche chi avevano per le mani.
- Questa porta sfortuna è buona per il tempio.- disse la commerciante. Chiunque era buono per il tempio quando ci si voleva sbarazzare di una presenza scomoda, ma sicuramente non sarebbe stata usata per un sacrificio, non immediatamente almeno. Non sapevano in cosa fossero incappati e incolpavano lei dei mancati affari. Con occhi come quelli era difficile non pensare ad una incantatrice, per questo l’avevano bendata; le superstizioni sugli sguardi malevoli si sprecavano e se le cose non andavano bene chiunque era pronto ad incolpare forze oscure ed incomprensibili, più facile che rendersi conto d’avere dei derelitti in gabbia che neanche in condizioni normali sarebbero stati venduti.
Gli dispiacque non avere Kirya con se, lei sarebbe riuscita a comprarla senza problemi.
-Posso pagartela per una notte, dopo fanne quello che vuoi.- l’avidità era un punto debole degli schiavisti ,Kor era poco pratico di commercio e trattative, sperò che abboccasse.
Ma lui che se ne faceva ora? Per giunta , questa donna, non aveva l’aspetto degli altri; non avrebbe potuto nascondere le sua natura.
- La vuoi davvero?- L’occhiata che stava ricevendo lo scoraggiò, quella donna aveva intuito qualcosa di strano. Kor fece finta di niente e si giocò l’unica possibilità che gli venne in mente.
-Nimish geder deshlock?- disse il guardiano rivolgendosi alla prigioniera. Si espresse in una lingua diversa dalla sua. Ma che quasi certamente la schiavista conosceva.
-Dur-ved bas ner-kuw?- chiese impaziente. Usando una seconda lingua di terre remote, che la donna o la commerciante lo capissero o meno era irrilevante.
La terza lingua, se Kor aveva visto bene, l’avrebbero compresa solo lui e la prigioniera. Così avrebbe avuto la conferma che era una straniera.
Usando più lingue sperava di sviare i sospetti che serpeggiavano nello sguardo della schiavista,era meglio far credere che provenisse da terre lontane piuttosto che da un mondo altro, in quel caso
non l’avrebbe ceduta perchè poteva venderla a peso d’oro.
- Il nome?- chiese -Il tuo nome?- si corresse.
- …il nome?! Diane .- rispose esitando, quasi incerta.
Non c’erano più dubbi era una straniera, anche meglio era una midgardri come sperava. Doveva essere sua. Kor non era particolarmente religioso o superstizioso, ma pratico e siccome nella sua esperienza i midgardri erano una vera e propria benedizione degli dei, erano graditi nel suo territorio. Se la schiava si fosse rivelata utile solo lo metà dei precedenti midgardri, capitati nel suo territorio, valeva la pena combattere per averla.
Si accese un barlume di speranza nello sguardo della donna che il guardiano decise di contenere immediatamente.
- Sta zitta se ci tieni alla vita.-
Con un sorriso cordiale si rivolse alla nerboruta commerciante .
- Viene dal sud, oltre l’Oceano Arido.- le mentì sorridendo e guardandola negli occhi, la fece arrossire.
- Una misura ed è tua.- un uomo intervenne rapidamente mettendosi fra i due, era irrilevante quanto la sua statura; continuò a fissare la donna che si addolcì senza cedere.
- Hai il sangue dei vittir, una misura è il suo prezzo.- rincarò sgarbata.
- Una moneta d’oro e ci rivediamo domani mattina alla torre. - sporgendosi in avanti sulla sella la guardò con un sorriso amabile. L’ometto lo squadrò arcigno.
- Sei un misto?- chiese
L’insistenza sulla sua natura infastidì Kor. Il suo aspetto non poteva essere confuso: pelle e capelli chiari, quasi bianchi, erano un segno più che evidente dell’appartenenza alla sua stirpe. Nelle città dei vittir poteva spacciarsi per uno di loro o passare per un mezzo sangue, ma il dubbio dell’uomo, visto quanto stava accadendo, lo inquietò. Lasciò perdere tutto e con indifferenza cominciò ad allontanarsi. Fu tallonato immediatamente dalla commerciante che cercò di scusarsi.
- Dare del mezzo sangue a qualcuno non è una offesa dalle nostre parti. Non la vuoi più?-
Kor si fermò e guardò la donna con la coda dell’occhio, infilò la mano sotto il pesante cappotto e tenendo fra indice e medio sinistro una moneta in oro, la mostrò, senza aggiungere una sola parola. Poco dopo l’ometto trascinò malamente, la straniera legata per le mani da una corda lunga, che fungeva da guinzaglio.image

commenti in questo thread :)
http://gonagai.forumfree.net/?t=37562274

Edited by runkirya - 22/9/2009, 12:51

...invece io, essendo povero, ho soltanto i miei sogni e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi.Cammina leggera perchè cammini sopra i miei sogni. (Yeats)

fanartwzfanfictionkgraphicnovelj

jpg myblog
e8omch
 
PM Email  Top
view post Posted on 26/10/2009, 17:26           Quote
Avatar

Ho dei pensieri che non condivido!

Group:
Super Mod
Posts:
13227
Location:
Seconda stella a destra.

Status:


fine secondo capitolo.........e ora comincio a pestare l'eroe....ma poco poco :rotfl:

II parte
La moneta venne lanciata in aria e prontamente afferrata dalla commerciante, mentre Diane a piccoli passi cercava di stare dietro all’animale, ora la corda che le serrava i polsi era saldamente nelle mani dell’uomo che l’aveva comprata.
Appena fuori dalla piazza cadde sulle ginocchia, era difficile muoversi su una strada sterrata piena di dislivelli, non aveva scarpe per proteggersi i piedi, gliele avevano tolte, e le caviglie erano legate, con appena un po’ di corda, sufficiente a fare un passo corto. L’uomo fermò il suo animale e senza guardarla aspettò che si rimettesse in piedi. Quel penoso incedere riprese per un tempo interminabile che vide il calare del sole, l’accendersi delle torce agli angoli delle strade ed il riverbero di fredde luci dentro le abitazioni; la gente andava diradandosi e la temperatura si abbassò. I vestiti erano pochi e cominciò a tremare. Raggiunsero una bassa costruzione in legno. L’uomo smontando dalla sella, prese le redini del batif e la corda con cui era legata, conducendo entrambi nella stalla. Un ragazzo vestito di abiti bigi e logori con un anello di metallo al collo, accorse solerte per sistemare l’animale nel recinto con gli altri.
Chi l’aveva comprata estrasse, portandosi la mano dietro la schiena, un pugnale con cui recise la corda che le legava i polsi e porgendole la lama la invitò con un cenno a liberarsi le caviglie.
Nel restituire l’arma ebbe un attimo di esitazione. Le balenò l’idea che poteva correre via in quel momento…fu un pensiero fugace, ma non nascosto.
- Cosa credi di fare?- le domandò l’uomo con il suo accento duro. Diane scosse la testa guardandolo negli occhi. Non poteva fare nulla, chi le stava davanti non era il genere di persona che si scostava con uno spintone. Anche se fosse fuggita dove sarebbe potuta andare in quella città?
Il ragazzo dagli abiti bigi diede all’uomo lo zaino che era fissato alla sella; osservò l’anello di metallo che indossava, le cicatrici attorno al collo le fecero capire che lo portava da anni forse da sempre… Incrociò le braccia cercando un minimo di calore, persino conforto, mentre ascoltava la lingua quasi incomprensibile in cui si esprimeva il compratore e lo schiavo. Lo sconforto diventava un onda ricorrente, ingrossandosi ad ogni nuovo dettaglio,ma lasciarsi travolgere da quel sentimento non l’avrebbe aiutata in alcun modo.
Prima di lasciare la stalla l’uomo prese dal suo bagaglio un mantello, inaspettatamente, glielo passò. Le ordinò d’indossarlo e rimanere a testa coperta in modo da nascondere gli occhi. Forse c’era una speranza…
Con un passo, ignorò i gradini infossati e si piazzò sotto il porticato; aprendo la porta quadrata le fece cenno d’entrare e chinandosi, per evitare di battere la testa contro l’architrave,la seguì.
Ci volle qualche istante per percepire i dettagli dell’ambiente. L’unica vera fonte di luce era un grande camino, al centro del locale, con un fuoco vitale di fiamme blu che riscaldavano lo stanzone della locanda, eppure l’atmosfera era gelida e violenta.
- Là.- l’uomo le indicò uno dei tavoli più appartati; tagliando l’aggressivo odore di sudore e vapori di cucina che la disgustarono, Diane sedette e attese , stringendosi nel mantello, la finestra alle sue spalle lasciva entrare spifferi freddi da battenti chiusi. Le voci dei vicini si confondevano a risate e brontolii, poco amichevoli, di qualche animale nascosto fra i presenti. La porta d’ ingresso di fronte a lei era incastonata in una parete da cui pendevano corte catene con anelli a cui erano assicurati schiavi, prigionieri.
Il pavimento insisteva a fare sentire la sua voce lamentosa ad ogni passo, mentre calzari di fogge esotiche calpestavano vecchie macchie, assorbite dal legno grigio e nuovi liquidi e poltiglie, con l’aiuto degli occupanti, si sarebbero ben presto integrate alla sporcizia precedente. Anche i tavoli non erano risparmiati dal lerciume, come stava constatando, guardando con repulsione ciò che le era rimasto appiccicato al gomito. Si ripulì con un lembo della casacca, sperando che la misteriosa fanghiglia, non fosse nulla di troppo disgustoso e riportando la sua attenzione sull’ambiente che la circondava.
Gram, fermo al bancone della locanda parlava con un uomo dalla mole enorme e dall’aspetto trasandato quanto il posto. Uscendo dalla stalla, Diane aveva chiesto all’uomo il suo nome ed era certa che le avesse mentito. Perché?
Il contrasto fra i due, al bancone, la portò a riflettere sul suo compratore o doveva considerarlo padrone? Non sembrava avere molto in comune con i presenti. Era molto alto, con spalle larghe eppure di individui robusti della sua statura la locanda forniva diversi esempi non solo maschili. I capelli lunghi di unico avevano solo il colore a tratti così chiaro da sembrare bianco. Poteva essere un rinnegato o un mezzo sangue, ma ciò che la inquietava di più era la lingua che parlava. Possibile che fosse un midgardri? L’accento che aveva, diverso da quello che lei aveva conosciuto,le suonava troppo duro per essere di un nativo. In qualche modo doveva aver appreso la lingua come lei. Sperava solo che non se ne accorgesse, non voleva dare spiegazioni su di se. Ma qualche spiegazione sul nome con cui si faceva chiamare l’uomo non le sarebbe dispiaciuto. Il nome Gram era unico nell’Utgard, solo un uomo lo possedeva, ma non era né giovane né vittir.
Considerò ancora per un attimo la questione, che l’inquietava più della locanda piena di facce poco rassicuranti, come quella che le si parò davanti in quell’istante.
L’individuo era così singolare che non sapeva se ridere o provare pietà. La magrezza ridicola,era coperta da strati di vestiti, un volto allungato con ciuffi di capelli rigidi sulla sommità di una testa, aggredita da una oscena malattia della pelle, che aveva in parte divorato anche la barba. Le fece ribrezzo. Il sorriso scuro e sdentato cominciò a parlare.
- Và via.- disse preoccupata, ma il figuro posò sul tavolo delle monete. La donna le gettò per terra, con il dorso della mano, e rabbiosa ripetè. - Và via!-
L’essere grottesco l’afferrò per un braccio, gli occhi scintillarono di vita malevola e la testa si schiantò contro il tavolo. Senza lasciare la presa, Gram scaraventò l’uomo sul pavimento e con noncuranza si accomodò di fronte a Diane, pulendosi la mano sul cappotto.
-Stai bene?- chiese.
-Si…- rispose, guardando l’omino che si allontanò velocemente con il sangue che gli colava dal naso. Diane scosse la testa non si aspettava molto da un posto del genere.
Gram cominciò a squadrare con i suoi occhi cristallini tutti gli occupanti della locanda, passandoli in rassegna, studiandoli. Nascondendo le sue valutazioni dietro un volto impassibile e apparentemente distratto.
- Sono stata un buon affare?- voleva disperatamente stabilire un qualche contatto, quello che vedeva nella locanda cozzava con ciò che intuiva di lui. L’uomo le rispose con una scrollata indifferente delle spalle.
- Mi hai comprata o riscattata?- non era certa che la conoscenza della lingua fosse precisa al punto da capire la differenza dei termini. Per un attimo ebbe il dubbio che forse in quel luogo uno schiavo non poteva essere riscattato.
Gram le sorrise , piazzò le braccia sul tavolo intrecciando le dita.
-Ti ho comprata per questa notte.- il sorriso era obliquo, ma Diane si sentì comunque rassicurata. Stava cercando di spaventarla e si divertiva.
- Hai bisogno di comprare la tua compagnia?- disse provocatoriamente.
Gli occhi dell’uomo si strinsero in scintillanti fessure mentre liberò una risata sincera. Almeno una cosa l’aveva capita, c’era una punta di vanità in lui, era riuscita a colpirlo,vista la sua reazione. Adesso,però, si profilava il problema di quella notte e peggio ancora cosa sarebbe successo il giorno dopo?
- Mi rivenderai?- in un istante rivisse i giorni di prigionia con gli schiavisti.
- Fossi in te non mi preoccuperei di domani.- sorrideva di nuovo. Per lui era un gioco divertente, ma l’insicurezza cominciava ad avere la meglio sui suoi nervi.
- Se cerchi di spaventarmi non ci riesci. Stare qui è già terribile, tu sei solo parte dello scenario.-
L’uomo la guardò con attenzione e Diane sostenne lo scontro con il suo sguardo mentre l’oste posava fra i due un piatto fumante.
- Sono molto più dello scenario.- disse - Puoi stare con me o fare ciò che ti pare.-
Che intendeva? C’era molto in quelle parole, ma non capiva. Poteva davvero andarsene?
No, non poteva.
- Non ho molta scelta, credo.- era certa che l’uomo non offrisse libertà.
- Ne hai. Puoi darti ad un commerciante, ad un mercenario, persino l’oste, o puoi farti ammazzare e se tutto va bene puoi morire libera e assiderata nella steppa.- prendendo uno spiedo dal piatto e porgendoglielo la fissò nuovamente. Diane sentì una certa irritazione nelle sue parole, accettò lo spiedo e cercò di rimediare.
- Rimango con te.- si limitò a constatare perché non poteva scegliere nulla.
- Non sei obbligata. - rispose gelido.
Per quello che riusciva a capire il suo atteggiamento non era aggressivo. Addentò lo spiedo, la fame era la sensazione più concreta di quel momento. Non le avevano dato quasi nulla da mangiare quando era prigioniera, le avevano tolto scarpe e giacca e Gram aveva più attenzioni, i suoi modi sembravano più risentiti. L’insicurezza ed i timori per la sua vita l’avevano portata a concentrarsi su di se e non aveva visto l’ evidente. Quell’uomo la stava aiutando, probabilmente perché credeva fosse una midgardri, lei non avrebbe fatto nulla per fargli credere il contrario.

Nascoste da porte e pareti si udivano altre esistenze, un brulicare attutito. Una giovane donna discinta passò accanto a Gram, nello stretto corridoio, gli sorrise lasciva superandolo. Diane cominciò a sentirsi sempre più nervosa. L’oste rallentò il passo e aprì una porta.
Seguendo l’uomo, superò il locandiere per entrare nella stanza. Due sgabelli ed un lungo secchio con coperchio erano tutto l’arredo. Inspirò e si impose di rimanere calma.
- ….Germ derli er hem- l’oste adocchiò la donna e sorrise all’avventore.
- Dellbrag!- ruvidamente Gram richiuse la porta e bloccò la serratura. Forse era un bene non capire esattamente cosa si fossero detti; si spostò dagli sgabelli e contò cinque passi, deposti per terra in una rientranza del pavimento c’era una vecchia stuoia ed un paio di coperte arruffate. Un piccolo camino, con molta cenere, riscaldava l’angolo dove avrebbero dormito. Diane, guardò l’uomo , la stanza attorno a lui sembrava così piccola che sfilandosi la casacca, a braccia tese, quasi sfiorò una trave del soffitto. Era fuori posto , ma in che modo non avrebbe saputo dire.
-Che ci fai qui, Gram?-
- Affari miei.- disse laconico
Si sentì frustrata, non le importava realmente chi fosse, ma per quale motivo parlava una lingua che non era sua. O forse era la sua, dopotutto lei aveva conosciuto solo una persona che parlava quell’idioma.
L’uomo le diede le spalle e cominciò a frugare nello zaino, lo osservò distrattamente poi con attenzione. Fu colpita da ciò che la luce rivelò. Lunghe cicatrici, cordoni di pelle rosea segnavano la sua schiena, muovendosi con il contrarsi dei muscoli, in un punto la pelle si assottigliava tanto che sembrava quasi esporre le spine dorsali. Sapeva riconoscere i segni delle frustate. Gram girò appena la testa e con un bisbiglio le chiese - Che hai da guardare?-
- Niente …- disse esitante; quando si voltò, notò rapidamente la collana e soprattutto , altre cicatrici sul torace, ma nulla in confronto alla schiena, abbassò lo sguardo mentre il suo compratore prese a bere fissandola crucciato.
La donna fece un passo verso la finestra e guardò fuori, cercando di distinguere qualche forma attraverso il vetro spesso e grezzo, di tanto in tanto giungevano dei rumori, passi e lamenti un grido soffocato, si intravedevano dei bagliori di fiaccole che contornavano di luce vermiglia alcuni tetti e sagome seguite da macchie d’ombra.
- Sono un soldato.-
Lo guardò, il viso era tornato sereno, gli sorrise.
Gram allungò una mano per accarezzarla,ma lei si irrigidì al suo tocco, con i pensieri che le sfuggirono, pregò solo che non fosse violento. Sapeva di non potersi sottrarre in alcun modo.
Aveva paura e provò a stringersi ancora di più nel mantello, avrebbe voluto sparire, invece attendeva, perché non aveva un posto per nascondersi e non poteva difendersi, in confronto all’uomo lei era minuta. Nella sua mente in un istante cominciarono ad affollarsi le esperienze degli ultimi giorni: la cattura, la pena per le sofferenze delle schiave. Il vano tentativo di fuga e la punizione.
Gram si poggiò alla parete, la guardava in silenzio, mettendola ancor più a disagio. Allungò ancora una volta la mano e con un dito sul mento le fece girare il viso. Aveva un brutto livido nel punto in cui la fissava, l’avevano colpita due volte lì e la seconda aveva perso i sensi.
-Dove altro?- chiese.
Senza guardare l’uomo si sfilò il mantello posandolo sul davanzale, con cautela, cercando di non toccarsi, sollevò di poco la casacca per esporre il fianco sinistro. Non aveva costole rotte, respirava regolarmente, ma il punto era orribilmente livido e sensibile.
Gram osservò impassibile e avvicinandosi le sollevò l’indumento in modo da esporre la schiena.
Con delicatezza le ricoprì le contusioni; c’era gentilezza nei suoi modi e lei smise di temere; la brutalità a cui aveva assistito in passato, sembrava non appartenergli. Forse un tempo ne era stato vittima e non la infliggeva.
-Un po’ di sonno farà bene ad entrambi.-






Si girò cautamente, non voleva disturbare. Fissò la sua attenzione sulle due sedie, osservò la forma aggrovigliata degli indumenti di Gram, la sua mente riordinò una parte delle pieghe in un volto con accanto una piccola mano artigliata. Scacciò il pensiero ed una nuova idea si affacciò nella sua mente.
Girando la testa si accertò che l’uomo stesse dormendo, il respiro era regolare e profondo, quindi prudente si mosse. La luce della luna maggiore che filtrava nella stanza era sufficiente per dare un’occhiata alla casacca. Non aveva niente di speciale tranne un laccetto che richiudeva la scollatura, a braccia tese guardò anche il lungo cappotto, fatto di pelle rinforzato su spalle e torace da cuoio rigido. Entrambi gli indumenti erano semplici nella foggia ma non erano sporchi o consumati.
Fece un passo verso la sedia e un asse del pavimento scricchiolò; si bloccò e lentamente girò la testa, il mercenario stava ancora dormendo.
Guardò l’insieme dei vestiti, gli stivali con accanto lo zaino ed il cinturone con la spada, poi…
- Vuoi controllare i calzoni?- poggiato su un gomito, Gram sorrideva, la voce non era impastata di sonno; in quel momento capì che non si era mai addormentato.
- Non sono una ladra.- cercò di giustificarsi.
- Lo so. -
- Davvero…? - chiese sospettosa.
-Sei rumorosa, la spada vale molto e non hai frugato nello zaino.- gli occhi dell’uomo tornarono a stringersi ed illuminarsi mentre si allargava il suo sorriso. Lo trovò irritante.
Tornò a sedergli accanto senza aggiungere altro e ignorò la sua risata. Ciò che la seccava era il suo scherno.
La collana che Gram indossava luccicò ad un suo movimento lei la osservò per un istante. Riconobbe il simbolo inciso sulla piccola piastra rettangolare. Era il simbolo della dinastia Asen. Ebbe un tuffo al cuore.
L’uomo prese la piastra fra le dita - Non è mia.- non curante la lasciò cadere, girandosi diede le spalle alla donna, nell’atto di rimettersi a dormire.
- L’hai rubata?- gli chiese incuriosita. Gram si girò a fronteggiarla.
Non la minacciò, né alzò la voce, c’era solo rabbia nel suo sguardo.
Si sentì gelare da quell’ira, non si era mossa, ma una parte di lei aspettava una reazione violenta. Era stata una domanda stupida e intenzionalmente offensiva. Le frustate sulla schiena potevano indicare un passato da schiavo, ma erano troppe per un ladro. I ladruncoli avevano poche frustate e i recidivi finivano senza mani, se sopravvivevano al carcere. Comunque un tagliaborse si sarebbe indicato come tale? E lei .cosa sapeva di soldati o tagliaborse?
In fondo non possedeva grande esperienza del mondo. Sapeva molto di altri luoghi, più dei guardiani dell’Utgard, ma nulla che potesse definire vita vissuta. Tranne le sue fughe. Era riuscita a seminare i suoi inseguitori e ad un passo dalla libertà era incappata negli schiavisti, ora le toccava questo strano compratore. Diceva d’essere un mercenario, ma aveva l’aspetto di un vittir e quindi non poteva essere un midgardri; i modi tradivano una natura in contrasto con le cicatrici. Il comportamento era durshal e per quello che sapeva i militari di Austri erano molto rigidi nel seguire il codice d’onore, eppure il tratto dei rinnegati era forte in lui. Forse nel territorio degli Asen si assoldavano i vittir nell’esercito? In fin dei conti c’ erano guardiani che assoldavano gli infidi thursi. Ma tutto questo non aveva importanza, doveva solo trovare un'altra occasione per scappare e raggiungere Austri. Con quel pensiero, come le capitava sempre nelle sue fughe, si addormentò.

Per Kor, come spesso accadeva, il sonno era un privilegio non concesso. Delle volte riusciva ad ovviare con i sedativi che il suo guaritore preparava, adesso di lui poteva usare solo il nome e pazientare in attesa d’assopirsi o della luce dell’alba. Gram , il vero Gram, era un uomo del Midgard e con la sua compagna possedevano la straordinaria capacità di curare, un talento che li aveva resi i curatori più potenti dell’Utgard; anche se c’era chi insisteva che i migliori fossero i curatori di SulThus ‘il millenario’, ma visto il soprannome di quest’ultimo non dava credito alle voci. Era orgoglioso dei suoi curatori. Si domandò quale talento poteva nascondere la midgardri accanto a lui o a quale razza appartenesse?Gram gli aveva sempre detto, però, che nel Midgard non c’erano razze, era abitato solo da uomini ,dalle stature più piccole come i nani a quelle più grandi, come i thursi e soprattutto avevano colori diversi della pelle; aveva amato, da ragazzino, i racconti del curatore, non credeva a tutto…però la straniera, addormentata di fianco a se, con l’insoliti taglio d’occhi, confermava una particolarità descrittagli da Gram. Ovviamente non poteva esistere un mondo con soli uomini tutti colorati. L’Utgard comprendeva un marasma di razze dai guardiani agli hedri, dagli uomini fino ai thursi, così tante razze che spesso non si capiva se alcune erano invenzioni dei bardi, ma un mondo di soli uomini era impensabile….




Si sentì scuotere, quando riaprì gli occhi, Gram le mise una mano sulla bocca facendole cenno di stare zitta. Attorno a loro tutto s’era acquietato , nel crepuscolo incolore i rumori della locanda erano svaniti, c’era solo attesa…
Il cuore cominciò a martellare dalla paura, si mise velocemente in piedi, passò qualche istante in cui nulla si mosse, poi un fruscio lieve e silenzio; l’uomo le prese la mano facendo un passo verso le porta e qualcosa di grosso sfondò la finestra. L’ariete sbucò fra vetro in frantumi e assi divelte. Gram sfoderò la spada e rivolse la sua attenzione alla porta che fracassandosi si spalancò, l’uscio fu bloccato dalla mole di un thurso. Il soldato colpì immediatamente il fianco dell’essere, che vacillò tentando di alzare la propria arma prima di cadere.
Non potevano essere lì per lei.

Non potevano essere lì per la donna, lei non era importante. Era questa la fine che avevano fatto le sentinelle? Avevano chiesto contro chi ci si armava ed erano state eliminate! Doveva trovare il modo d’uscire dalla stanza.
Uccise il thurso e rivolse la sua attenzione alla finestra da cui, rimosso l’ariete, stava entrando un aggressore. Il colpo decapitò l’intruso. Udì un tonfo, un sasso rimbalzò dalla parete. Due soldati entrarono dalla porta calpestano il corpo privo di vita, Kor li fronteggiò mentre qualcuno liberava nuovamente la finestra. Abbassandosi schivò un fendete e colpì al livello delle gambe. Non potevano scappare. Un secondo sasso colpì la parete alle sue spalle. Il guardiano puntò e centrò in pieno petto il nuovo intruso prima che scavalcasse la finestra. Diane lanciò una coperta in direzione della porta intralciando ancora un assalitore. Un secondo thurso, noncurante del soldato che lo precedeva, con uno spintone si fece largo nella stanza.
I piccoli occhi ambrati, incavati nella massiccia arcata sopracciliare, lo puntarono, un mercenario scavalcò indenne la breccia nella finestra, per un attimo tutto si bloccò. Lo studiarono da vicinissimo, stranamente indecisi o solo impediti nell’agire in una stanza piccola e affollata.
Un terzo thurso varcò la soglia della camera, con un calcio scaraventò uno dei feriti contro la parete, quelle creature erano imponenti macigni di carne con nessuna pietà o rispetto per i loro alleati.
Il soldato bloccato dalla coperta riguadagnò la sua posizione
Kor sapeva di essere in svantaggio, i thursi erano lenti ma la loro forza era temibile e lì non poteva muoversi come avrebbe voluto.
Diane ignorata dai combattenti lanciò una seconda coperta sui mercenari.

L’uomo approfittò del momento e attaccò, il più grosso dei thursi, ferendolo all’altezza del gomito sinistro; si levò un grido roco, partì un colpo maldestro, dettato da ira e dolore,che tagliò l’aria. Il secondo thurso, espose minaccioso i denti aguzzi e fece vibrare la spada centrando il pavimento, un istante dopo uno dei mercenari cadde malamente sulla schiena colpito da un calcio in pieno petto mentre il compagno, lasciando cadere la spada emise un gorgoglio e l’armatura si arrossò all’altezza della gola.
Diane si appiattì contro la parete, serviva spazio, Gram era esperto e agile, qualità indispensabili contro i thursi, ma solo stancandoli c’era speranza di batterli.
Venne afferrata dal soldato superstite ,una spada si incrociò con quella di Gram, che contemporaneamente ricevette un pugno, seguito immediatamente da un calcio del thurso ferito che le fece sbattere contro la parete.

Stordito tentò di rimettersi in piedi e qualcosa gli provocò un esplosione di dolore alla testa.




Il generale, entrando nella stanza, si liberò di un paio di sassi mentre calpestava la massa immobile riversa nel suo sangue, notò che il guardiano non era solo e Nargil era ferito.
- Devi risarcire!- il thurso avanzò rabbioso la sua richiesta agitando un pugno insanguinato.
Hammon con calma si avvicinò ad AsenKor, privo di sensi, infilandogli una mano nella scollatura strappò via la collana col sigillo, porgendola come risarcimento.
Nargil rigirò la collana che apparve insignificante nell’ampio palmo.
- E’ oro!- rimbrottò il militare
- Il mio sottoposto vale più di questo.- disse con un basso ringhio
- Allora prenditi la spada.- offrì infastidito
Hammon ordinò agli uomini di portare via il guardiano e riservò per se la donna.
- Non eravate alleati?- chiese noncurante il thurso
- Non riconosceresti tua madre se la vedessi.- rispose con disprezzo
- I vittir sono tutti uguali.- ringhiò, valutando il peso della spada.


thread di commenti

http://gonagai.forumfree.net/?t=37562274

...invece io, essendo povero, ho soltanto i miei sogni e i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi.Cammina leggera perchè cammini sopra i miei sogni. (Yeats)

fanartwzfanfictionkgraphicnovelj

jpg myblog
e8omch
 
PM Email  Top
4 replies since 11/3/2009, 01:12
 
Reply